I figli naturali - Dott. Mario Rivardo

Io sono supervisore delle famiglie professionali, poi in generale mi occupo di supervisioni d'equipé nel campo della tutela minori.
Quando mi è stato se volevo partecipare e parlare dei figli naturali nell'affido ho accettato molto volentieri perchè è uno degli argomenti meno esplorati nell'affido, e vorrei parlarne con voi, perchè certe volte il figlio naturale può essere di impedimento, perchè si ritiene che il bambino naturale possa venire danneggiato, in quanto entra in famiglia un "altro", e chi è questo "altro"? Chi entra sono bambini che spesso hanno vissuto esperienze traumatiche che si pensa possano compromettere il figlio naturale.
Spesso chi contrasta l'affido sono anche i genitori delle famiglie affidatarie, i nonni, che dicono "ma cosa ti vai a impelagare, cosa vai a combinare, ti darà tanti problemi!".
Leggo la prima domanda che mi è stata fatta e che calza perfettamente: "parliamo di gelosia... come si possono aiutare i figli naturali a gestire la gelosia? Nostra figlia ha 10 anni e ha manifestato apertamente più volte la sua paura che le portino via la mamma... esiste un modo di accogliere un bimbo in famiglia che possa essere un'occasione anche per lei di superare questa gelosia?" mi vorrei soffermare sulla parte finale di questa domanda; per il bambino naturale è un'occasione avere un bambino in affido? E quali sono le difficoltà che porta al figlio naturale il bambino preso in affido? Cominciamo con una affermazione: se un figlio naturale riesce a fare una buona esperienza di affido, forse è una delle esperienze migliori che gli può capitare nella vita, perchè fa un'esperienza che gli permette di completare quello che in termini molto semplici si chiama svezzamento. Un bambino, un ragazzino, che accoglie, piano piano, se riesce ad accettare che un altro gli porti via qualcosa, riesce a pensarsi e ad articolarsi, e capisce di aver avuto qualcosa in più, perchè la capacità di accogliere un altra persona, e accogliere in una forma che costa, può aiutare tantissimo il figlio naturale a star bene e ad avere un migliore equilibrio psichico. Faccio l'esempio di una supervisione di ieri: questa famiglia ha in affido un ragazzino da ormai 7 anni, che era stato introdotto con la famosa frase "si si la mamma adesso deve mettersi a posto, e poi rientra subito"... la famiglia si è accorta che dopo 8 anni lo avevano ancora lì da loro! E questa famiglia non è che fosse stanca, perchè era un bambino con handicap, ma parlando con il servizio hanno detto "forse sarebbe il caso di chiudere questo affido, che doveva durare sei mesi e poi è durato 8 anni". La psicologa e l'assistente sociale hanno fatto la visita domiciliare e lì c'erano tutti i ragazzini, e chi si è opposto in modo radicale all'interruzione dell'affido è stato il figlio naturale, con un'espressione molto semplice "Io ho 11, il Mirko è arrivato 8 anni fa, per me pensare questa famiglia senza il Mirko, vuol dire che non sono più io!" cioè gli mancherebbe qualcosa di fondamentale per la sua esperienza. Quindi abbiamo un esempio concreto di come un figlio naturale possa accogliere, e come mantenere questo affido sia diventato per lui una parte della sua strutturazione psichica.
Ora facciamo un piccolo passo indietro... come si fa a decidere di prendere un bambino in affido? E qui mi rivolgo a quelle famiglie che hanno già dei figli in affido: a volte, una decisione maturata tra marito e moglie, implica chiedersi anche se coinvolgere o meno il proprio figlio naturale. È da qui che inizia la storia dell'affido; la storia dell'affido precede l'entrata in casa del bambino in affidato. È come ci si prepara ad accogliere che determina spesso il vissuto e l'accoglienza. Quello che determina l'accoglienza non sono i nostri comportamenti, ma l'atteggiamento di tutta la famiglia. È molto importante che dopo la decisione ci sia una sedimentazione. Mettiamo un punto preciso: non si parla ai figli per chiedere il permesso, perchè se il figlio ha il potere di decidere per i genitori, questo figlio fa troppo, quindi un eventuale no all'affido dovrà essere tenuto presente, ma non essere determinante nella decisione dei figli. L'affido è un'avventura vera e quando uno decide di fare un affido, vuol dire che è disposto ad avventurarsi nell'affido. Avventura vuol dire che modificherà le nostre vite, anche se il bambino starà con noi solo 3 o 4 anni, ed è un'avventura, e non un viaggio organizzato, perchè si deve trovare nel tempo un sistema di orientamento.
Che difficoltà ci sono quando si prende un bambino in affido, rispetto ad un figlio naturale? Analizzeremo la difficoltà rispetto agli adulti (cioè che cosa mette in gioco negli adulti il figlio in affido) e le difficoltà dal punto di vista del bambino.
Cominciamo dal bambino: quando un figlio naturale vede entrare in casa un altro bambino la prima modificazione, la più essenziale, è che per lui si modificano gli spazi. Il suo spazio dentro casa si modifica e le cose si complicano perchè dovrà affrontare quelle che si chiamano angosce evolutive f. Il bambino nasce con un corredo di angosce evolutive, che in qualche modo riversa sui genitori, i quali le "disintossicano" e le restituiscono al bambino, eliminando l'aspetto negativo. I bambini che accogliete con l'affido però non hanno vissuto questo processo perchè i genitori non garantivano loro questa operazione. Molti dei bambini che vanno in affido avranno molte difficoltà ad accettare delle regole, ad esempio. Verso i 6/10anni, si sviluppano invece dei piccoli fenomeni ossessivi, perchè sviluppa la dinamica del controllo. A questo punto, se entrerà in affido un bambino mentre vostro figlio è in questa fase dello sviluppo, lui sarà sensibile al controllo e vorrà controllare il bambino in affido. Se lo accogliete, invece, quando vostro figlio è tra i 12/13 anni è spesso l'accoglimento più difficoltoso perchè in questo periodo il ragazzino sente il peso della differenziazione dai genitori; abbiamo tutti esperienza comune dei ragazzini di questa età che si oppongono e che hanno un contrasto con i genitori, e quindi tutti i fattori interni alla famiglia possono essere usati per esercitare questo contrasto: "questa è una scelta vostra! Cosa c'entro io con questo che deve venire?". Per un ragazzo di 12-16 anni può essere molto difficile accogliere un bambino perchè lo utilizza per il contrasto con i genitori.
Concretamente, nella mia esperienza, le influenze negative che ho visto a partire dagli 11/15 anni sono due: o il ragazzino diventa ribelle per la famiglia, nega la famiglia e dà un rifiuto estremo che mette in difficoltà i genitori, oppure il ragazzino prende uno spunto ideale e fa della scelta dei genitori un po' la sua missione, diventa partecipe ma troppo. Entrambe queste polarizzazioni non fanno bene al figlio naturale perchè sia la ribellione sia l'idealizzazione non permettono di poter utilizzare al meglio questa occasione che è l'affido.
Io ho lavorato molto con i fratelli di bambini con malattie croniche. Chi aveva il peso maggiore della malattia di questi bambini? Sul piano concreto i genitori, ma sul piano psichico i fratelli. Quando entra in famiglia un bambino in affido, raramente è un bimbo bello, che sta bene, che ha avuto esperienze positive. Quando un bambino entra in famiglia, è come se l'atteggiamento della famiglia fosse di risarcimento ("non hai avuto questo e te lo diamo noi"); succede però che le opportunità che la famiglia affidataria da al bambino spesso non vengono prese da lui. Spesso la delusione di queste famiglie è che il ragazzino arriva e dice no a delle opportunità che gli vengono date e questo crea sconforto nella famiglia affidataria.
Quando il bambino entra in una famiglia si ha tutta una serie di difficoltà perchè l'interesse dei genitori affidatari è su bambino affidatario, perchè genera angoscia, ed è come lo pensasserò di più e il figlio naturale questo lo capta subito e sente che gli viene sottratto qualcosa. Vi parlavo prima della mia esperienza con le malattie croniche... avviene esattamente così. Perciò alla famiglia affidataria viene fatta una doppia richiesta: che sia in grado di tenere le proprie angosce ad un certo livello, di non parlare troppo del bambino che è arrivato e del suo trauma, perchè se questo occupa la vostra mente, questo sicuramente sarà di danno per il figlio naturale.
Voi quando avete deciso di prendere un bambino come lo avete comunicato a vostro figlio?
"noi quando abbiamo deciso di intraprendere questo percorso, nostra figlia grande aveva 15 anni e il piccolo 13 e negli anni precedenti avevamo fatto una vacanza con delle famiglie in cui c'erano dei bambini in affido e quando glielo abbiamo comunicato hanno fatto probabilmente riferimento a quell'esperienza... loro sono andati da mio marito e hanno detto papà noi ci abbiamo pensato e vogliamo un maschio!"
Sì è vero... se si fa prima un'esperienza di condivisione cambia tutto. Altre persone che vogliono raccontare?
"noi al primo affido avevamo i figli di 4 e 7 anni ed erano molto entusiasti; con il secondo affido un po' meno e il terzo è arrivato quando uno era quasi adolescente quindi l'ha presa un po' così... sicuramente in età diverse hanno avuto delle reazioni diverse..."
"noi non abbiamo ancora iniziato, siamo nella fase di scelta e decisione... e la domanda sulla gelosia l'ho mandata io, perchè nostra figlia piccola ha 10 anni, la grande 12, e la piccola ha questo atteggiamento, anche quando abbiamo fatto la prossimità diceva parlate sempre di Monica! Ma che cos'ha di così importante?"
Ecco come dicevamo prima, se la bambina riuscirà a superare questa fase, per lei sarà un bel regalo fare questa esperienza.
"io ho avuto un'esperienza negli ultimi anni, quando i miei figli avevano 7 e 9 anni quando il bimbo è arrivato. Loro avevano un'aspettativa enorme nei confronti di questo bambino, anche perchè avevamo fatto prima anche il percorso per l'adozione, però poi avevano un atteggiamento diverso nei confronti dell'arrivo, cioè il grande ha fatto subito il fratello maggiore, la piccola gli stava dietro a dismisura e accettava qualsiasi cosa, comprese le crisi di questo bimbo. Noi abbiamo cercato di dargli dei momenti, sia singoli che insieme, in cui loro potevano darci dei ritorni. Anni dopo abbiamo deciso di rifarlo e i figli nostri erano grandi, la figlia, la seconda, era nella fase sopra gli 11 anni, in cui stava iniziando a vivere la differenziazione da noi, perciò tornava a casa da scuola da sola, andava dagli amici da sola... e ci hanno proposto una ragazzina che aveva un anno meno di lei, e lei, i messaggi che ci ha dato sono stati chiari, cioè "non la voglio", aveva chiaro che questo le avrebbe bloccato il suo livello di autonomia, perchè la bambina sarebbe andata nella sua stessa scuola, sarebbe andata negli scout esattamente dove andava lei, avrebbe avuto gli stessi amici... noi all'inizio non l'abbiamo letto così chiaramente, e la psicologa ci ha detto che nostra figlia ci stava dando un messaggio chiarissimo, non osava dirci "non la voglia", ma ci mandava dei messaggi chiari, sulla scuola, sugli scout... noi alla fine l'affido non l'abbiamo fatto... e la problematica era proprio quanto cambia la mia vita nel percorso che sto facendo di autonomia e differenziazione".

Voi concretamente date altre possibilità, perchè può giovare sia al figlio naturale sia al figlio affidatario, perchè nella misura in cui lui viene visto in un modo piuttosto che in un altro, gli date più possibilità. Se voi lo vedete solo come il poverino da risarcire, lui avrà meno possibilità, perchè i bambini non sono passivi rispetto alla gente che frequentano. Il bambino traumatizzato, messo in un altro ambiente è attivo rispetto a quello che gli viene detto; se gli diciamo "oh poverino" avrà meno possibilità. Se invece gli si dà il messaggio che quello che è successo è importante, ma che qui gli si dà la possibilità di ripartire, senza negare la sua esperienza, si tiene in uno spazio ristretto il trauma che ha subito. L'obiettivo è restringere sempre più lo spazio di questo trauma, altrimenti diventa il principio che regola la sua vita.
"come si può richiamare il bambino a decentrarsi dal suo trauma? Perchè io ho un bambino in affido e tutte le volte che c'è l'occasione dice ah quello è peggio di me!".
Bisogna sapere che quello che c'è stato è ancora lì sicuramente, ma non bisogna andar lì e dire "guarda che tu non sei così, tu vali!" non bisogna contrapporre, perchè i due poli nella nostra testa funzionano come uguali, se lui dice "io sono poveretto" e noi "ma no tu sei splendido" allora lui si sentirà ancora più poveretto. Bisogna piano piano non sentire, diventare sordi a questa cosa qui. Si deve sempre agire non direttamente, ma di contorno, le cose di base gliele ha date: lo ha accolto, è andata a parlare con la maestra... cioè se lui ha un problema lei ne ha parlato con la maestra, però quando va con lei bisogna diventare sempre più sordi, e spostarli su una cosa pratica, dire "si, si vieni con me che devo fare la lavatrice e mi aiuti che ho mal di schiena"... bisogna curarli senza che loro se ne accorgano, si deve spostare la loro attenzione sulla quotidianità, perchè è la quotidianità che cura questi bambini, la quotidianità dove loro danno del loro, cioè collaborano alla vita quotidiana della famiglia. Bisogna metterli subito in attivo. Il dare un chiarimento è sempre pericoloso, perchè il figlio capisce che siete in difetto.
"molto spesso a noi capita che abbiamo delle attenzioni particolari ai bambini in affido, vuoi per delle loro caratteristiche caratteriali, vuoi per il loro vissuto, e non è sempre facile eliminare queste attenzioni. Però ultimamente, nei pranzi e nelle cene, abbiamo i due bambini in affido che sono in contrasto tra loro, e questo crea delle situazioni difficili da gestire e ne risentono gli altri figli. Allora come comportarsi? Dividere gli spazi? Dividere i momenti della cena?".
È importante che la cena si svolga in un certo modo. Non si tratta a priori di creare una divisione, ma se nel concreto della cena si verificano questi episodi, i genitori devono avere un atteggiamento molto aperto, non emotivo, nè dare in escandescenza, nè angosciarsi. È importante che i genitori riescano a mantenere la posizione, che non si arrabbi, perchè se non mantiene la posizione, l'altro lo capisce subito.
"io devo dire che la presenza di figli naturali ha aiutato molto a far passare molte cose al bambino affidatario, nel senso che l'altro penso che si sia sentito più grande e responsabilizzato e dice "guarda che la mamma non vuole che facciamo così" e penso che i figli ci abbiano aiutato tante volte nel gestire il tutto".
Quando il figlio affidatario entra in una famiglia, ha una regolazione rispetto all'asse verticale, ma è importante anche la regolazione sull'asse orizzontale. È la funzione, non il sangue che tiene insieme queste sutazioni qui, non dobbiamo avere paura ad usare la parola fratello, mamma, papà; e i fratelli sono ancora più importanti dei genitori.
"io vorrei farle questa domanda... secondo lei come dobbiamo sentire nel cuore i nostri figli? Figli, o avere ben presente figli in affido e figli naturali?"
Figli, ma non perchè abbiamo un cuore grande, ma perchè lo sono. Nella misura in cui un adulto riesce ad essere padre, è padre. Se uno deve essere padre o deve essere madre, è una punizione psichica. La funzione materna e paterna sono dei passaggi psichici.

 

Mario Rivardo è medico psicoanalista, supervisore nel campo della Tutela minori e per il progetto "Affido Professionale", formatore della famiglie affidatarie presso l'Associazione "Cometa" di Como. Vive e lavora a Milano

Famiglia chiama
Famiglia risponde

Appunti per un affido ben fatto