L'affido sine die - Dott. Mario Rivardo

Attualmente svolgo due attività rispetto all'affido: una è quella di supervisione alle famiglie professionali, che sono famiglie in cui l'affido è definito entro due o tre anni, c'è un limite; contemporaneamente svolgo l'attività di psicoterapeuta e di formatore delle famiglie affidatarie presso l'associazione cometa di como, dove più che affidi sine die si tratta di affidi eterni.
Quando si vuole affrontare l'affido sine die ci sono alcuni aspetti che lasciano sempre perplessi sia i ragazzi sia i genitori. Dal punto di vista figurativo il bambino in affido sine die ci dice che sta sempre su un pianerottolo, è un bambino che ha la sensazione di essere sempre fuori. Vi porto l'esempio di un signore di 40 anni che è venuto in terapia da me perchè era stato in affido sine die e non aveva un senso di appartenenza, da una parte riconosceva l'amore della famiglia che lo aveva accolto, ma contemporaneamente non ha mai avuto la sensazione di essere entrato a far parte di quella famiglia.
L'affido serve se permette al bambino di costruirsi un senso di appartenenza. Dove sta la difficoltà oggettiva nella costruzione di questo senso di appartenenza? Nel fatto che il bambino in affido, per costruire un senso di appartenenza autentico, non può nè pensare di essere in una famiglia affidataria, nè di essere nella sua famiglia naturale. Il bambino in affido riesce a sviluppare un senso di appartenenza quando riesce a comporre la famiglia naturale con la famiglia in affido. Qual è la funzione della famiglia affidataria nel promuovere questa composizione? Compito, a volte difficile, della famiglia affidataria è pensare che il bambino possa fare questa composizione e, concretamente, vuol dire che se il bambino è in affido e torna ritmicamente nella famiglia naturale, e quando ritorna dalla famiglia affidataria sta molto peggio di quando è andato via, la famiglia affidataria inizia a pensare che è meglio che il bambino non torni più dai genitori naturali. Se la famiglia affidataria inizia a pensare che qualcosa dall'altra parte non va bene per il bambino, allora siamo in un momento molto delicato, perchè la famiglia affidataria deve operare a due livelli: ad un livello non deve negare la nocività della famiglia naturale, ma contemporaneamente deve pensare e avere nella mente che il bambino potrà superare quella negatività. Spesso invece, quando questa negatività si ripete sistematicamente nella famiglia affidataria si dice "è meglio che non vada" e si telefona all'assistente sociale per dirglielo. Ritornando al compito della famiglia affidataria, se vuole inziare a impostare una composizione nella mente del bambino, deve essere in grado di pensare essa stessa che una composizione è possibile. Questo non significa che la famiglia affidataria debba sempre sapere cosa fare, ma deve sapere che è possibile, perchè se il bambino non attua questa composizione della famiglia naturale, con la famiglia affidataria, non svilupperà questo senso di appartenenza. Faccio un passo indietro... il bambino, nel giro di un paio di anni, può capire che nella sua famiglia naturale non può tornare a stare, il bambino può prendere consapevolezza che in questa famiglia naturale non potrà tornare, ma questo sentimento lo deve sviluppare all'interno di una composizione, altrimenti non si sviluppa questo senso di appartenenza. Il senso di appartenenza è quel tipo di rapporto che una persona ha con se stessa ed è la base della strutturazione psichica e dell'equilibrio psichico di una persona, non solo per i bambini in affido, ma per ciascuno di noi. Perciò il bambino deve fare un'esperienza attraverso cui sviluppa un senso di appartenenza ma che non vuol dire "io appartengo a questa famiglia o a quest'altra", ma deve avere la sensazione di "si appartiene", cioè si pensa in grado di avventurarsi nel mondo. La capacità di avventurarsi vuol dire che se uno va nella giungla è capace di orientarsi, invece noi per i nostri figli in generale, al posto della parola avventura, mettiamo il viaggio organizzato: deve fare questo sport, deve fare così.... se noi abbiamo un atteggiamento di questo tipo, il senso di appartenenza viene meno.
Dato questo concetto di base, cerchiamo di declinaro per il caso del bambino in affido sine die. Nonostante ci sia questa legge che avete sentito, che ogni anno si dovrebbe riprogettare il percorso, il senso della continuità viene dato se il bambino percepisce che il tempo che sta in quella famiglia è già sufficiente; se la famiglia affidataria ha nei confronti del bambino un atteggiamento di dire "se il bambino è in quarta elementare è meglio che faccia anche la quinta, se è in seconda è meglio che faccia anche la terza...ha fatto questo progresso, allora è meglio anche quest'altro", ecco questa logica per cui è sempre meglio che ci sia qualcosa in più in realtà non fa bene al bambino, e si deve avere l'idea che anche se abbiamo un tempo limitato, è sempre un tempo sufficiente.
I bambini in affido sviluppano una loro logica di sopravvivenza, anche negli affetti; sono bambini che, ad esempio, dicono sempre no, e quando un bambino di questo tipo entra in una famiglia dove non c'è questa logica di sopravvivenza, ma una di abbondanza, si trova spaesato, e allora è come se per aiutarlo ad uscire da questa logica di sopravvivenza (che è la logica per cui uno non è mai sicuro) è importante che chi lo accoglie non ripeta la stessa logica, e non pensi che se sta solo 3 o 5 anni non riuscirà a compensare. Così si crea la base per il senso di appartenenza.
Il bambino che entra in affido viaggia spesso su due lunghezze d'onda: da una parte se dice che la famiglia affidataria è più bella, sia a livello cosciente sia a livello profonda, funziona secondo una logica del tradimento; se dice invece che la famiglia affidataria non vale quanto la sua famiglia naturale, questo gli impedisce di godere il buono che ha. Nella testa del bambino in affido queste due correnti ci sono sempre e non vanno mai negate. Per questo ai genitori affidatari viene chiesto molto, perchè gli si chiede di non basare il proprio giudizio di essere dei buoni genitori affidatari sul fatto che il bambino dica che sta bene lì, cioè di non sentire che il loro compito è concluso quando il bambino dice "sì sono contento di stare qui". Quando un bambino dice "io sono contento di stare qui" può essere una cosa ottima, ma può anche essere una cosa che nasconde il fatto che lui non ha superato quella logica di tradimento e quindi quando si prende un bambino in affido non bisogna avere la preoccupazione che le cose vadano subito bene e che tutto funzioni bene. La famiglia affidataria deve essere una famiglia che è in grado di stare ferma.
Questo è fondamentale negli affidi sine die. Quando possiamo dire che si è avuto un buon affido? Quando il bambino riesce a fare le sue tappe naturali, soprattutto nell'adolescenza, in cui il ragazzo rivolge le sue cariche aggressive contro i genitori. Le cose nell'affido sine die si complicano perchè c'è un raddoppiamento; prima vi ho parlato delle due correnti contrastanti nella psiche del bambino in affido... anche in adolescenza ci sono due correnti uguali e contrarie: da un lato spingere verso l'autonomia, dall'altro una richiesta di appoggio infinita. Se voi avete a che fare con un affido sine die le cose si complicano perchè c'è una differenza: mentre un bambino naturale di famiglia ne ha una, il bambino in affido di famiglie ne ha due, quindi la famiglia naturale può rappresentare una via di fuga "tu non capisci niente, io torno da mia mamma che mi fa fare quello che voglio" . Questo è un momento molto difficile da gestire e si verifica molto spesso. Il conflitto proprio della fase di sviluppo del bambino in adolescenza, si trasforma in giudizio sulla famiglia affidataria, perciò il bambino dice "io qui ci sto malissimo, preferisco tornare a casa dalla mia famiglia"; questo è un fatto che succede regolarmente, quindi la famiglia affidataria non deve mai giudicare il proprio affido basandosi sul comportamento del ragazzo, soprattutto nella fase di adolescenza.
Ora, se volete fare qualche domanda....

"ci può fare degli esempi di cosa è la composizione tra famiglia affidataria e famiglia naturale?"
Si tratta proprio della strutturazione mentale del bambino, perchè è solo se avviene una composizione che, concretamente, il bambino non ha più dentro di sè una logica del tradimento rispetto alla famiglia naturale e riesce a godere delle opportunità che gli dà la famiglia affidataria. Se voi avete la sensazione che il vostro bambino nel tempo parla liberamente della propria famiglia naturale e ne parla anche con nostalgia, ma nostalgia bella, e voi sentite che non vi sta mettendo alla prova ma che è una cosa autentica, e contemporaneamente se nella famiglia affidataria ci sono delle opportunità è grato delle esperienze che gli offrite, vuol dire che il bambino piano piano compone, sennò avrete sempre la sensazione dei momenti di silenzio "parla fino a qui e poi basta, è un po' strano...", quando si arriva su certi argomenti vedete che fa un passo indietro, o fa una rivendicazione troppo forte.

"un po' su questa cosa qui, lei ha detto prima di questo aspetto importante del riconoscimento della negatività, in questo caso di quello che può essere tra virgolette la famiglia d'origine, e del fatto di riuscire ad accetarla e a tenerla questa famiglia... dunque si deve vedere se quella è una cosa su cui rimanere o andare avanti, cioè "è successo questo, vediamo adesso di andare un pochino avanti", che non vuol dire "non parliamone", però è andata così... ecco volevo approfondire questo".
Sì, quando la famiglia affidataria capisce che c'è una negatività che non solo ha fatto male in passato, ma continua a fare male al bambino, non solo nel senso traumatico perchè ci ripensa, ma perchè viene attualizzato dai ritorni, dalle visite allo spazio neutro e il bambino esce che sta peggio. La famiglia affidataria sente un dolore per questo, sente che la sua opera di affido può essere inficiata da questa continua distruzione... io che faccio il lavoro dello psicanalista e faccio le supervisioni con gli operatori, l'operatore mi dice "scusi, lei mi spiega che devo fare così, così e così, poi il bambino va a casa un giorno e si deve ricominciare da capo!"; ecco, è come dire "allora a cosa serve tutto questo lavoro che facciamo?", è proprio qui che sta la difficoltà, perchè bisogna fare un salto in avanti. È proprio questo rapporto al negativo che bisogna saper tenere, tenere non vuol dire negare, tenere vuol dire fare un passo e tenere le negatività e le angosce con cui nasciamo. Il genitore affidatario ha il compito di avere a che fare con la negatività di questo bambino, e la negatività di questo bambino non si risolve convincendo ad esempio l'assistente sociale che il bambino non deve più andare dalla famiglia d'origine, ma si risolve se il genitore affidatario è in grado di accogliere queste angosce e restituirle al bambino disintossicate. Questo è quello che favorisce la composizione; cosa succede invece... io faccio la supervisione ai servizi e mi dicono "quella famiglia lì decide lei!ogni volta mi fa il ricatto e dicono che o non torna più lì o noi non lo teniamo più", questo succede soprattutto negli affidi sine die... adesso nei servizi gli assistenti sociali cambiano ogni sei mesi, e quindi quello che conosce davvero bene il bambino è il genitore affidatario, non il servizio, però è molto importante che il momento istituzionale sia in posizione dominante rispetto alla posizione della famiglia affidataria, anche se essa conosce di più il bambino. Mai dire che il meglio per il bambino è "questo" in modo perentorio, la famiglia affidataria è una componente della vita del bambino, non è la vita del bambino. Se questa componente diventa troppo forte, la composizione nel bambino avrà più difficoltà. Voi dovete tenere presente che un bambino che viene da voi, che ha una patria potestà che è limitata, è un bambino totalmente disorientato... mettetevi nei panni del bambino: se voglio andare a giocare chiedo al mio papà, se arriva al decreto, io devo chiedere a mio papà se posso giocare, e lui dovrà chiederlo all'assistente sociale. Voi avete a che fare con bambini che hanno l'esperienza del fatto che i loro genitori non sono più un punto di orientamento, quindi la famiglia affidataria deve funzionare in primo luogo come punto di orientamento e per esserlo deve avere la capacità di comunicare con la famiglia naturale, l'assistente sociale, il decreto del giudice, perchè solo se riesce a fare questo lavoro di composizione, che negli affidi sine die rappresenta la grande questione, si ha successo, è questo il bello dell'affido.

"se per assurdo una famiglia affidataria avesse la possibilità di cancellare gli incontri con la famiglia d'origine perchè è convinta che gli facciano male, e la facesse proprio sparire, che tipo di danno causerebbe al bambino?"

Qui si va un po' nel difficile perchè un conto è la realtà, un conto è la posizione psichica. Se noi siamo stati in grado di comporre la famiglia naturale con quella affidataria, sia che vada sia che non vada è la stessa cosa per il bambino, ma se questa composizione non c'è stata, sia che vada sia che non vada si avrà sempre un risultato negativo per il bambino. Per un bambino quello che funziona è la verità delle cose e non la realtà delle cose. Un bambino che dice di aver subito uno stupro o una violenza, per quel bambino lui ha subito la violenza e vivrà quello stato anche se la violenza fisicamente non c'è stata. Voi avete a che fare con bambini che vengono da un certo tipo di famiglia dove ci sono state delle difficoltà e che per sopravvivere si formano delle verità in testa, che non coincidono con la realtà. Ad esempio ci sono bambini che dicono che va tutto bene nella loro famiglia e l'assistente sociale quando va a fare la visita vede delle condizioni estreme.
"quindi è come dire io famiglia affidataria penso di voler strappare qualcosa che per me è negativo, ma di fatto anche se lo togliessi davvero, in realtà non toglierei un bel niente...."
Sì... io ho lavorato in un ospedale psichiatrico; se arriva una persona con un delirio e mi dice "quell'uomo mi ha violentato. Io non posso stare in un ambiente dove ci sono uomini", ecco se io la prendo e la metto in un convento di clausura dove ci sono le suore, la violenza ce l'ha lo stesso...
per questo è difficile lavorare con i bambini, perchè un conto è la realtà oggettiva, un conto quella psichica... per questo si può operare una composizione, perchè ci sono realtà talmente estreme che non si potrebbero bonificare sulla realtà, ma sul piano psichico, attraverso una composizione sì.

"non è una cosa personale, ma la storia di una famiglia di mia conoscenza... una famiglia molto attenta e preparata sull'affido, ha questo ragazzino da due anni, arriva a 12 anni, la mamma una sera è fuori, litiga con il papà affidatario e dice "me ne vado" , se ne è andato ed è tornato a casa sua; in qualche modo la famiglia affidataria ha mantenuto dei contatti con lui... poi quando ha iniziato a lavorare ha iniziato a farsi dare una mano, e in qualche modo si è composto, credo".
Sì, bell'esempio, si collega a quanto abbiamo detto prima... perchè quando c'è lo scrontro tipico dell'adolescenza, purtroppo il ragazzino in affido è facilitato perchè dice "torno dalla famiglia di prima". È lì che bisogna tenerlo il ragazzino, perchè ha una possibilità nella realtà; il figlio naturale non ce l'ha questa possibilità, può scappare ma non ha un'altra famiglia dove andare.

"qualche parola in più sul tempo... mi ha colpito perchè ha detto che anche se è un tempo limitato, è sufficiente, e quello che c'è è sufficiente... questo per una famiglia affidataria è consolante, mentre ritengo che per un bambino in affido sia un po' più faticoso, perchè secondo me il tempo ha un po' bisogno di essere spiegato e dato, e dire "facciamo questo pezzo di strada insieme, fino a questo punto" e dico questo perchè nella nostra esperienza abbiamo visto che mano a mano che si avvicinavano le scadenze arrivava il malumore perchè c'era l'incertezza del futuro... allora come chiarire questo tempo? Come aiutare il ragazzo ad affrontare il tempo?"
La soluzione sta nel principio del negare che c'è bisogno di tempo, è un paradosso. È chiaro che nelle situazioni in cui è possibile fare un progetto e portarlo a termine, è la cosa migliore; però spesso molti progetti si interrompono, c'è qualcosa che non funziona, e allora è importante fin dall'inizio pensare che se anche il progetto non si conclude, comunque faccia bene anche solo un mese. Il fatto che il tempo sia limitato spinge di più la famiglia a trovare una composizione e a dare di più. Ripeto, se il progetto riesce a concludersi e si riesce a fare bene tutte le cose, ottimo, ma negli affidi questo non succede molto frequentemente, succede sempre qualche interruzione, ed è importante se succede qualcosa di negativo, che il bambino non vada via dicendo "mi manca ancora un pezzo", è questo che fa male alla psiche del bambino. Quello che fa male alla nostra mente è la logica della mancanza "mi manca questo e se non ce l'ho non posso fare questo", perchè la nostra mente si focalizza non su quello che abbiamo ma sulle cose che non abbiamo.
Questa è la regola generale per tutti i figli e ancor più per quelli in affido, perchè mai il genitore deve essere ricattabile, si deve dire "questa è la famiglia, le abitudini di questa famiglia sono queste, i valori sono questi, ti diamo tutte le possibilità per essere accolto. Ma se dopo anni tu ritieni che quello che hai qui non ti va bene sei libero di andartene", aggiungendo "però sbagli!" perchè dovete sempre accompagnarli con quello che sentite voi.

"La mia esperienza è con un ragazzo che è arrivato quando aveva un anno ed è con noi da 14 anni, quindi adesso ha 15 anni. È molto consapevole che sua mamma è limitata e ha anche paura del fatto che a 18 anni potrebbe tornare da lei, ma secondo me questo per lui è ancora peggio, nel senso che non pensa di tornare da sua mamma, ma ha anche tutte le pulsioni negative dell'adolescenza nei nostri confronti, perciò non ha neanche quella via di fuga..."
Voi siete i suoi genitori, l'aspetto genitoriale dipende dalle funzioni, non dipende dall'origine. Il padre e la madre naturali, per diventare tali devono svolgere certe funzioni, se nella vita del ragazzo quelle funzioni sono state svolte da altre persone, per la psiche di quel ragazzo i genitori sono quegli altri, che non vuol dire negare. Lui vive questo, anche se poi a livello cosciente vi dice che non può sfogarsi perchè non siete la sua famiglia. Nel sine die i genitori affidatari diventano la vera famiglia per quel bambino lì.

"A me è arrivato un ragazzino che aveva 9 anni, adesso ne ha 14 e anche lui quando litighiamo non prende mai l'alternativa della famiglia naturale, proprio non vengono citati, di solito dice "vado dalla Fiorella" che è la vicina di casa, ma è come se la famiglia naturale non venisse presa in considerazione. Ho pensato a quello che ha detto lei prima, del bambino sul pianerottolo per quanto riguarda l'appartenenza, e ho riscontrato che è stato più un problema mio che del ragazzino, perchè lui manifesta un'appartenenza a noi molto elevata, come se prima tutto questo non fosse avvenuto nella famiglia naturale e mi stupisce questo. Sarebbe la mia domanda, è possibile che la famiglia affidataria possa offrire al bambino la prima occasione di reale appartenenza?"
come abbiamo detto prima, la questione dell'appartenenza non è tanto appartenere a, ma appartenersi, e questo avviene quando noi riusciamo ad aggrapparci a delle cose solide.

L'eredità più brutta per questi bambini è quando prendono una decisione di questo tipo "io non voglio più trovarmi in queste condizioni, chiunque si presenta a me io dico no" e sono cose dure da superare. Queste decisioni per la sopravvivenza sono durissime, e sarà durissima anche per la famiglia affidataria, perchè lì non c'è la logica della sopravvivenza, e allora "perchè non studi adesso che puoi studiare, perchè non mangi adesso che puoi mangiare, perchè non capisci che siamo a tua disposizione..." , questo è un punto molto importante per il sine die, perchè ragazzini che da piccoli hanno preso una decisione così forte, danno poche soddisfazioni alla famiglia affidataria. Il bambino deve sentire piano piano che la famiglia affidataria è di protezione e gli vuole bene, se questo avviene e sente che la famiglia affidataria tiene, può darsi che questo passaggio avvenga naturalmente; uno dei grandi problemi della famiglia affidataria è il rifiuto del bambino delle occasioni che la nuova famiglia gli offre, ma è possibile che lui piano piano si sciolga, però fin dall'inizio la famiglia affidataria deve essere pronta a non basarsi sul comportamento del bambino per valutare se è una buona famiglia affidataria. Altre domande?

"io ho in affido una bambina che è passata per l'affido professionale... certamente la famiglia professionale ha fatto un grande lavoro, ma c'è stato anche un grande vuoto che si è riproposto a questa ragazzina che già aveva avuto un percorso di distacco dalla mamma. Mi domando se effettivamente sia utile..."
Diciamo che le famiglie professionali servono in quei casi dove non è possibile fare un altro affido; se un bambino ha la possibilità di andare in affido in un certo modo, allora va in affido. Il fatto che sia andato nella famiglia professionale, nella maggior parte dei casi, è perchè non c'erano altre possibilità. Magari per certe carattistiche del bambino, che non lo prenderebbe nessuno, si fa l'affido professionale, con il tutor, i supporti, per iniziare a comporre e sciogliere i primi nodi. Essere genitori vuol dire accettare che, se anche con tutte le buone intenzioni, anche se abbiamo indirizzato nostro figlio verso una certa strada, questo non si ottiene. Questo è proprio il limite che costituisce la genitorialità. Questa ragazzina, lei vedrà, se è possibile scioglierla vuol dire che ha una struttura di un certo tipo, se non è possibile scioglierla la struttura è di un altro tipo.

Nella vostra esperienza di affidi sine die, cosa avete provato quando avete visto che ci si spostava sempre più in là con l'affido?
"beh a noi la prima volta è successo quando la bambina aveva 12 anni, adesso ne ha 21, e il giudice ci aveva chiesto se avremmo voluto tenerla sine die, ed era quasi la domanda che ci aspettavamo... diverso è stato quando è arrivata ai 18 anni e dover rimettere in discussione ancora tutto... e anche quando ne ha compiuti 21, e il fatto che sia rimasta con noi non è stato così scontato e ci siamo sentiti di riparlarne in famiglia di questa cosa... ecco mi chiedevo se è stato un atteggiamento di genitorialità o da famiglia affidataria, non so come dire, non so con mio figlio naturale non mi sarebbe mai venuto spontaneo di dire "guarda adesso lavori e cominci a pensare di andare", invece con la ragazza in affido ce lo siamo dovuti chiedere..."
é un po' come abbiamo detto prima, che il genitore affidatario è veramente affidatario se il bambino in affido, il ragazzo in affido, l'adulto in affido, fa le sue tappe... cioè dire ad una ragazzina così "adesso hai 21 anni, trovati un lavoro", si ha sempre un po' la sensazione di espellerla, e c'è un sentimento sottile che dobbiamo avere sempre presente, l'essere molto liberi, perchè nella misura in cui lui è libero percepisce di più. Altre testimonianze?

"noi abbiamo un affido che si è prolungato però la prospettiva di un rientro nella famiglia d'origine si sta sfumando sempre di più, noi abbiamo chiesto di parlare della questione perchè avevamo chiesto un progetto a tempo, perchè non sapevamo come avremmo reagito noi, come avrebbero reagito i figli ecc... il nodo è venuto alla scadenza del primo accordo di due anni, alla fine di un periodo tempestoso...."

"per noi il momento fondamentale, a livello soggettivo, è stato quando durante una telefonata con la tutor, lei ha detto "guarda che il bambino non tornerà più da suo padre", che il progetto originale era che stava con noi due anni, io ho dovuto appoggiarmi al mobile perchè le gambe mi tremavano e il pensiero che ho fatto è stato "di questo ragazzino devo fare un uomo", così... io me lo ricorderò per sempre quel momento perchè ho avuto proprio un brivido, mi sono molto spaventata di questa cosa; il fatto che non rientrasse da suo papà per me in automatico voleva dire che lo avrei cresciuto io, ed è stata una svolta fortissima"

"Io ho un ragazzo tredicenne da 5 anni, e quando ce l'hanno mandato era già abbastanza nell'aria che sarebbe stato un affido sine die e forse proprio perchè era già nell'aria la cosa è andata avanti abbastanza serenamente..."

"Io non ho ancora un bambino, ma la proposta che mi hanno fatto diventerà sicuramente un sine die., ed è un bambino che sicuramente avrà delle difficoltà a muoversi nella vita. Per me portare questo bimbo all'autonomia sarà un compimento. Mio figlio mi ha detto "se tu vuoi, che cosa sarà? Perchè questo è come mio fratello", io gli ho detto che ci saranno i servizi che lo aiuteranno e che la responsabilità non è sua per questa cosa".

"Il bambino che abbiamo in affido noi si sente in balia delle decisioni dei terzi, ha un po' paura di non appartenere, l'altra sera "ma voi avete pagato qualcosa per prendermi?"

I due fantasmi che ci sono quando si è nell'affido sono, da un lato il "finisce prima del tempo che vorrei finisse", e dall'altro "mi trovo in una posizione in cui non volevo essere". L'altra questione che bisognerebbe piano piano sciogliere è la questione della precarietà, che si connota sempre e si lega sempre alla parola affido; raramente l'affido funziona bene dall'inizio alla fine, c'è sempre qualcosa che può intervenire. Allora è importante che si prenda la decisione che ha detto una mamma prima: se io accetto il bambino, io sarò per lui per sempre, anche se l'affido termina. Quando si prende un figlio è per sempre, perchè voi sarete per sempre nella mente di quel bambino. È il per sempre che terrorizza, come quando abbiamo il nostro fidanzato e pensiamo che diventerà nostro marito per sempre. Allora, accanto a questo "per sempre" si deve lavorare in un certo modo, ed è chiaro che un affido sarà per sempre, perchè è qualcosa che modifica lin senso strutturale a famiglia. La parola sine die, queste parole qui, fanno male alla psiche perchè introducono un momento di precarietà e contemporaneamente implicano prendersi una responsabilità che noi non abbiamo deciso prima. Un affido funziona se la scelta è per sempre, anche se poi durerà sei mesi.

"Io vorrei farle una domanda... siccome noi viviamo in una dimensione molto folkloristica, comunitaria, con vegetariani, stranieri, figli in affido, figli naturali, uno dei temi sui quali c'è stata una discussione è quella se il bambino in affido debba veramente entrare nella famiglia, o il compito della famiglia sia soltato quello di dare un letto, un pasto, un tetto. Ma se devo evitare che questo bambino stia sul pianerottolo, è logico che non posso far altro che inserirlo nella mia famiglia, perchè sennò il messaggio che darò anche ai miei figli è che loro saranno due cose completamente separate. Per quello che è l'idea della nostra famiglia, ad esempio il bambino in affido va a trovare la nonna, che è la nonna dei miei figli e anche la sua. Per noi questa è una cosa talmente semplice e banale che nel momento in cui il giudice, un po' sottovoce ci ha chiesto "ma se questo fosse un affido sine die, voi cosa fareste?" , abbiamo detto "lo porteremo all'altare!" . Questo non vuol dire che non ci siano delle difficoltà all'interno della famiglia, anzi... però la cosa sulla quale vorrei essere rassicurata è che questa linea di far appartenere il bambino in affido alla famiglia in tutti i sensi è una realtà indispensabile, perchè sennò è inevitabile che si formino dei divari e delle differenze e che questo bambino resti sempre un pochino fuori dai giochi..."

Allora, semplifichiamo la questione, se entrare nella famiglia vuol dire avere anche un riconoscimento legislativo, la stessa cosa succede anche con l'adozione, perchè non è detto che un figlio adottato entri davvero nella famiglia che lo adotta. Noi ci nascondiamo dietro la legge, se la legge dice che è mio figlio al 100% allora lui entra, se la legge mi dice che è figlio al 73% allora vuol dire che non è entrato, questo è un falso problema. Se si vuole attaccare bene sin dall'inizio, la scelta è quella di dire "questo è per sempre", anche se la cosa è limitata a 2 anni. Lui entra e poi non esce più, anche se uscirà, è questo che bisogna trasmettere ai figli.
Noi non dobbiamo garantire la continuità sul piano della legge, ma sciegliere di essere genitori per sempre.

"Io vorrei portare un caso un po' limite... succede a casa che ci siano degli affidi che iniziano tardi, con dei ragazzi che hanno già 16 anni, che molto velocemente compiono i 18 anni... ecco, tutta quella base di composizione come è possibile?"
in linea di principio anche un tempo breve può permettere la composizione in questo senso. Se il ragazzino vive anche solo un paio di anni all'interno di una famiglia dove le cose funzionano in un certo modo, e lui fino ai 16 anni non ha vissuto tutto questo, e capisce che si può vivere bene in famiglia, e che la famiglia non è un luogo dove succedono solo cose negative, la testimonianza di come la famiglia affidataria vive il suo quotidiano, questo di per sè è qualcosa che può far decidere di prendere un'altra strada al ragazzino. La testimonianza è quello che trasmettiamo ai nostri figli nel quotidiano, già scegliere di fare un affido è un patrimonio che voi date ai vostri figli.

"per me è stato molto interessante, soprattutto l'aspetto di differenziare il versante psicologico da quello della legge, perchè spesso ci sono confusioni che creano malessere, e qui invece si è ribadito il valore dei genitori, che va al di là di tutto questo..."
Io questo lo sottolineo sempre tantissimo perchè sennò ci si arena sempre alle questioni del decreto e alla fine ci si chiede "ma il bambino dov'è?" , si finisce per parlare degli adulti e del rapporto con la legge, ed è sempre un'ingistizia, perchè mi hanno portato via il bambino, perchè non me lo ridanno indietro, e il bambino scompare. Allora è compito della famiglia affidataria essere paladina del bambino e se ci si tiene in questa dimensione, il bambino trova nel suo genitore affidatario un riparo, sennò è sempre esposto.

 

Mario Rivardo è medico psicoanalista, supervisore nel campo della Tutela minori e per il progetto "Affido Professionale", formatore della famiglie affidatarie presso l'Associazione "Cometa" di Como. Vive e lavora a Milano

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Appunti per un affido ben fatto