Giorni fa abbiamo avuto una conversazione con Flavia Salteri, responsabile del servizio di affido professionale gestito dalle Cooperative Comin e La Grande Casa.
Dal 2002 Flavia si occupa di gestire in coordinamento con i servizi sociali dei comuni della provincia di Milano un tipo di affido che si differenzia da quello tradizionale per il tipo di risorse messe in campo e per le situazioni di partenza dei minori.
In questo periodo si svolgono i colloqui con le famiglie interessate all’affido professionale e abbiamo voluto farle delle domande per comprendere i confini di questa peculiare forma di accoglienza.

Ciao Flavia, parlaci dell’affido professionale.

È un tipo di affido che è stato pensato in modo sperimentale 16 anni fa dalla provincia di Milano e da alcune cooperative con esperienza nel campo dell’affido: Coop Comin, La Grande Casa, CBM e Consorzio Afa. Siamo stati i primi in Italia.
Dal luglio 2018 il servizio si è sdoppiato e Comin e Grande Casa lo continuano insieme.
Dal 2002 abbiamo realizzato 84 affidi professionali insieme agli altri soggetti. A questi si aggiungono 6 affidi che sono appena partiti con la nuova gestione.

Flavia Salteri

Cosa ha portato Comin e gli altri soggetti coinvolti a voler pensare a un tipo di affido diverso da quello tradizionale?

All’epoca ci si era accorti che sempre più spesso arrivavano nelle famiglie affidatarie dei bambini con alle spalle storie familiari particolarmente traumatiche. Erano ragazzini arrabbiati, sfiduciati, aggressivi. O magari bambini più piccoli che per la carenza del rapporto affettivo in famiglia avevo bisogno di recuperare, di ricevere più stimoli. A volte, pur non essendolo, sembravano bambini portatori di disabilità.
In realtà erano bambini sottostimolati con un forte bisogno di recuperare a livello affettivo ed educativo. Erano situazioni che normalmente i servizi sociali collocavano in comunità, pensando che solo il personale specializzato potesse dare le risposte giuste.
La sfida è stata quella di dare anche a questi bambini una famiglia, ma con la garanzia di fornirgli quel qualcosa in più di cui avevano espressamente bisogno.
In virtù di questa sfida si è pensato di “professionalizzare” l’affido.
Si tratta di affido in quanto nasce dall’esperienza di accogliere un minore che è sempre gratuita e volontaria. Ma a questo si aggiunge un quid che rende l’accoglienza più adatta a questi casi un po’ particolari. Questa “professionalità” viene messa in campo dalle cooperative con la figura del tutor e in parte dalle famiglie.
Le famiglie dell’affido professionale sanno in partenza ciò a cui vanno incontro. Intendiamoci: non esistono affidi facili. Tutti gli affidi sono avventure da costruire con cura.
Qui però dichiariamo sin dall’inizio alla famiglia affidataria che si tratta di un percorso importante.
In particolare chiediamo che nella famiglia ci sia un adulto che abbia molto tempo da dedicare non solo all’accoglienza del bambino ma anche ad una stretta collaborazione con l’equipe formata dal servizio sociale e dal tutor. Il vincolo è che l’adulto possa lavorare al massimo part time. Questo tempo in più viene riconosciuto anche economicamente con un piccolo stipendio.
La parte più consistente di professionalità che rende questo affido adeguato alla sfida è messo in campo dalla figura del tutor che affianca la famiglia ancora prima che arrivi il bambino accolto. La famiglia e il tutor iniziano così una relazione molto stretta, costruiscono insieme il loro percorso. Da quel momento in poi il tutor cammina insieme alla famiglia, tanto che le nostre famiglie ci hanno definito “compagni di viaggio”.
Noi tutor siamo reperibili 24 ore su 24 e 7 giorni su 7, oltre ad avere degli incontri regolari di verifica e monitoraggio con le famiglie.
Questa presenza consente alle famiglie di non essere mai sole quando si presentano delle situazioni di crisi e difficoltà.

equipe affido professionale

Che tipo di rapporto viene mantenuto con la famiglia di origine?

A seconda della situazione si decide insieme al servizio sociale quale tipo di rapporto si mantiene con la famiglia di origine. Al pari di tutti gli altri affidi è un tipo di intervento pensato nell’obiettivo di un possibile rientro in famiglia.
Un elemento importante dell’affido professionale è la temporaneità: proprio perchè sono affidi pensati con dei progetti importanti, nascono in partenza come progetti ponte. Di conseguenza rispettano abbastanza rigorosamente la durata prevista dalla legge di due anni, con l’elasticità legata ai singoli casi.
Sono affidi in cui si mettono in campo risorse importanti perché il bambino accolto possa fare dei passi avanti recuperando il terreno perduto, per riavvicinarsi con fiducia al mondo delle relazioni e degli affetti.
Nel giro di 2-3 anni si aprono due possibilità: tornare nella famiglia di origine o passare ad un affido di tipo tradizionale o, raramente, all’adozione; l’obiettivo è che al termine di questo percorso il minore abbia cambiato il suo modo di rapportarsi al mondo e che si possa pensare a dei progetti più definitivi.

Cosa vorresti dire alle famiglie che si avvicinano a questo percorso?

L’esperienza di questi anni mi ha mostrato come nell’affido professionale, attraverso un lavoro di squadra che coinvolge pienamente la famiglia, si hanno delle possibilità in più per incidere su situazioni o storie che spesso vengono date per perse, su cui non si riesce a scommettere.
Alla famiglia viene chiesto e attribuito un ruolo particolare che potenzia la sua “normalità”: la capacità naturale della famiglia di curare e far crescere costruendo relazioni affettive. Non si chiede alla famiglia qualcosa di diverso dalla quotidianità. Ma nell’affido professionale questa quotidianità viene messa nella condizione di dare i migliori frutti. E a volte succedono dei piccoli miracoli.

Raccontacene uno.

Mi viene in mente un ragazzo di 14 anni per i quali i servizi sociali erano molto preoccupati: veniva da una storia di violenze intra familiari, era già stato in comunità mamma bambino e poi in comunità per minori. A 14 anni manifestava una sindrome depressiva, la comunità non riusciva più a stimolarlo.
I servizi hanno quindi attivato un affido professionale per farlo riabituare lentamente a quello che è una relazione familiare “normale” fatta di affetto, di ascolto, di aiuto, di confronto e anche di scontro, nella consapevolezza che è sempre tutto recuperabile. Che lo stare insieme è fatto di alti e bassi ma è qualcosa di bello che si costruisce insieme.
La mamma affidataria una volta raggiunto un buon rapporto di fiducia con il ragazzo ha pensato a una cosa molto bella: ha messo in un cassetto un quadernino con un invito: “quando te la sentirai prova a scrivere qui i tuoi sogni. Sarà il tuo sogno nel cassetto”.
Questo pensare che qualcuno potesse immaginarlo con affetto e “in prospettiva” gli ha permesso di cominciare a volersi bene e di progettare un futuro a partire dai suoi sogni.
Lui ha cominciato a scrivere su questo quadernino dopo qualche mese. Oggi ha 28 anni e una vita serena, equilibrata e soddisfacente per lui. Ha imparato a voler bene, ha messo su una convivenza con la sua attuale compagna. Cose non così scontate…

Da ora fino a settembre si svolgono i colloqui con le famiglie interessate all’affido professionale, propedeutici al percorso di formazione che si terrà in autunno.
Se siete interessati ad intraprendere questo tipo di percorso, potete contattare il servizio di Affido professionale di Comin La Grande Casa.
ll sito dedicato vi aiuterà a sciogliere i primi dubbi.
Contatti
333 7329458
info@ affidoprofessionalecominlagrandecasa.it