Alessandra vive in una terra di confine, tra le 4 provincie di Pavia, Piacenza, Alessandria e la Liguria, nell’Oltrepò.
Non è capitata lì per caso ma ha scelto di viverci con il marito Emanuele con l’obiettivo di aprire la propria famiglia al prossimo, di fare della propria casa una dimora accogliente e solidale.
Alessandra e Emanuele sono una delle famiglie lombarde coinvolte nel progetto Terreferme promosso da Unicef e CNCA che prevede percorsi di accoglienza familiare per i migranti soli non accompagnati.
Ci ha raccontato la storia di Sidi e dell’affido che ha avuto inizio a gennaio 2019.

Io e mio marito Emanuele più di 10 anni fa abbiamo fatto la scelta di lasciare la città, Milano, dove siamo entrambi nati e cresciuti, con l’obiettivo di costruire una casa di paglia fatta interamente da noi. Una casa accogliente, che potesse ospitare più persone.
Per prima cosa abbiamo acquistato il terreno edificabile qui in Oltrepò e poi piano piano abbiamo iniziato i lavori. All’inizio abbiamo costruito una casetta di 40 mq, poi col tempo l’abbiamo ampliata. Ha la struttura in legno ed è fatta con le balle di paglia. Ci è voluto un po’ di tempo e tanta fatica ma oggi è una casa abbastanza grande.
Nel 2016 quando era abitabile ma non ancora finita (non lo è neppure ora!) abbiamo accolto Maria e Renzo, i genitori di Emanuele, che da allora vivono con noi.

Come nasce l’idea di accogliere un minore straniero non accompagnato?

Il tema dell’immigrazione è molto sentito da me e da mio marito così come dalla nostra cerchia di amici, molti dei quali lavorano con i rifugiati.
Una mia carissima amica, Emilia, educatrice della cooperativa Comin parte di CNCA, mi ha parlato per la prima volta del progetto Terreferme a fine 2017 proponendomi di iniziare un percorso.

Abbiamo fatto il corso di formazione con altre famiglie, circa una 20ina da tutta la Lombardia. Al termine del percorso ci è stata posta la fatidica domanda: “alla luce di tutto ciò che avete appreso, siete disposti a prendere un ragazzo in affido?”
Noi e altre 4 famiglie abbiamo accettato di andare avanti, gli altri non se la sono sentita.

Il corso è stato illuminante dal punto di vista dei nuovi percorsi migratori, in particolare dei minori stranieri non accompagnati. Ci siamo resi conto che i progetti come Terreferme coprono solo il 4% del fabbisogno, sono una goccia nel mare.

Il bello di questo progetto è stato vedere la varietà dei gruppi e delle famiglie che hanno partecipato, non ci sono limiti: persino una signora ultra ottantenne ha seguito il corso, voleva capire cosa fare per dare una mano, capirne di più.

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E poi è arrivato Sidi.

Sidi viene dal Mali, il primo incontro è stato su Skype la scorsa estate. Ci siamo conosciuti parlando e scrivendoci assiduamente. Lui da giugno 2016 era giù in Sicilia ed è passato da due comunità in attesa dell’abbinamento con una famiglia che avrebbe portato accoglierlo.

Una volta arrivati a Palermo, a dicembre dello scorso anno, ci siamo messi nelle mani dei responsabili del progetto che hanno organizzato il tutto: in 5 giorni abbiamo fatto il colloquio con il tribunale dei minori di Palermo e il giorno dopo abbiamo ricevuto il decreto di affido grazie al quale abbiamo potuto portare Sidi con noi.
Ci è stato di grande aiuto il tutore volontario, è una figura che ricordo sempre con affetto perchè ci ha accompagnato lungo tutto il percorso fino all’attivazione dell’affido. Lei è stata bravissima, ci è stata molto vicino anche nei momenti più bui, dove era facile perdere le speranze.
I tempi burocratici mettono a dura prova la tua pazienza, sono davvero estenuanti. Senza tutta la rete di professionisti che ci hanno supportato, di Comin e Unicef, sarebbe stato impossibile.

Sidi ora vive nella nostra dependance, nella casetta dove io e Emanuele vivevamo prima di avere questa casa.
Per lui l’indipendenza è sicuramente un fattore importate perchè ha i suoi spazi: è un giovane uomo di appena 18 anni. Ha lo spazio per pregare, per studiare, per fare le sue cose.

Che persona è Sidi?

Già da quando ci siamo conosciuti io e mio marito abbiamo avuto la sensazione che fosse una persona speciale. Ed è quello che stiamo ancora vivendo ancora oggi, siamo proprio felici di fare un tratto di cammino con lui.
Sidi è una persona molto positiva, è sempre felice delle novità. Da quando è con noi non ha mai saltato la lezione di italiano che ogni giorno segue con Maria, che è un’ex insegnante.
È arrivato in Italia con l’ambizione di fare il medico. In Sicilia ha preso il diploma di terza media e da quando è con noi abbiamo iniziato a fare ragionamenti sulla sua formazione, sul suo futuro. Era orientato alle professioni mediche e così ha voluto iscriversi a un corso per diventare ausiliario socio assistenziale. Lo ha iniziato a marzo, tutti i giorni prende il bus alle 13:30 per fare più di un’ora e mezza di strada.

Da pochi mesi Sidi ha compiuto 18 anni e ora siamo nel cosiddetto “prosieguo amministrativo” che dura fino ai 21 anni.  Questo è un passaggio fondamentale perchè altrimenti al compimento dei 18 anni sarebbe diventato clandestino. Qui si apre un capitolo che è meglio non iniziare che è quello delle lungaggini burocratiche, con le difficoltà per l’ottenimento del permesso di soggiorno. Io credo se fossimo stati da soli senza Comin e i suoi operatori non ce l’avremmo mai fatta. Una famiglia da sola non può affrontare tutto questo.

Tu e tuo marito avevate delle aspettative sull’affido?

Sin dal primo incontro sapevamo che avremmo ricevuto più di quanto avremmo dato, ma questa è una cosa insita nell’esperienza dell’affido.
Se si potessero misurare su una bilancia il dare e l’avere – ed è una cosa abbastanza difficile da fare – credo che sarà tutto a nostro favore. Riceveremo, riceveremo e riceveremo.

Credi che Sidi stia accusando il clima di tensione che si respira in italia attorno al tema dell’accoglienza?

Io credo che Sidi sia una persona molto centrata. La nostra unica speranza e aspettativa è che lui si possa fidare abbastanza di noi in modo che, se si troverà davanti a situazioni spiacevoli, si possa intervenire fornendogli gli strumenti per stemperarle o superarle.

Mi sai dire un momento difficile e una gioia inaspettata che avete vissuto insieme a Sidi?

I momenti brutti sono legati ai tempi, alla burocrazia. È stato molto brutto la scorsa estate quando c’è stato il can can attorno al decreto Salvini. Lì ci siamo detti “non lo vedremo mai più”. Poi invece le cose si sono sistemate.
Il momento più bello è stato quello in cui ci siamo incontrati a Palermo, è stato proprio magico. Poi dopo è arrivato il lavorio, il metterci il cuore e anche la testa. Ma il primo incontro è stato solo bello. Bello bello.

In tre parole come definiresti questo percorso?

Cuore, testa e anima.
Non puoi metterci la testa senza il cuore. Non puoi metterci il cuore senza qualcosa di più profondo, che è l’anima.
È un percorso che funziona solo con questi tre elementi.

Se siete interessati a saperne di più sul progetto Terreferme vi invitiamo a contattare la responsabile di Cooperativa Comin sul progetto, la dottoressa Emilia Ropa:
ti.nimocpooc@apor.ailime
392 4535914