Daniela, milanese, nella vita ha incontrato più volte l’affido. È una delle circa 300 persone che, nella città di Milano, hanno fatto la scelta di dare una mano, ciascuna coi propri mezzi, ad una famiglia in difficoltà (e – a ben vedere – alla società tutta). Consapevoli dell’enorme sollievo che un gesto semplice come quello di aprire la propria porta di casa può apportare alla vita del prossimo.
Abbiamo incontrato Daniela che ci ha raccontato la sua storia. Una bella storia nel segno dell’accoglienza.

 

Ciao Daniela, come è stato il primo approccio con l’affido?

La mia prima esperienza di affido è nata 22 anni fa. Io e il mio compagno di allora non avevamo avuto figli nostri e, in attesa che venissero, abbiamo deciso di proporci per un affido. Non conoscevamo nessuno che avesse fatto questo percorso.
A quei tempIi ero stata colpita da una campagna pubblicitaria che recitava “per prendere un bambino in affido basta un letto”. Noi vivevamo in una casa piccola e quindi non avevamo una stanza in più, ma un letto sì. Un letto lo si riesce sempre a mettere.
Io poi vengo da una famiglia accogliente in cui c’è sempre stata l’abitudine di ospitare persone per alcuni periodi, quindi in qualche modo ero vicina al tema dell’accoglienza.

All’inizio abbiamo preso i contatti con il servizio affidi del Comune di Milano. Dopo i colloqui e la visita in casa ci hanno messo in lista per un abbinamento ed è iniziato un lungo periodo di attesa.
All’epoca il comune di Milano riservava i corsi preparatori all’affido solo alle famiglie con affidi in corso. Allora ci siamo rivolti al CAM e con loro abbiamo potuto partecipare a un gruppo di mutuo aiuto in cui c’erano famiglie affidatarie e famiglie in attesa di un affido.

Dopo 2 anni ci è stato proposto il nostro primo affido: abbiamo conosciuto Matteo, 6 anni, in comunità da 10 mesi, e nel giro di un mese e mezzo è venuto ad abitare da noi. Ci siamo piaciuti subito. Matteo era un ragazzo abbastanza semplice, carino, voglioso d’affetto. Aveva i genitori separati e 4 fratelli in 2 comunità familiari.
All’inizio è stata una situazione tutto sommato semplice da gestire.

Qual è stata la prima difficoltà con Matteo?

Matteo è arrivato da noi che aveva finito la prima elementare. Quando l’ho iscritto alla seconda ho scoperto per la prima volta quanta paura può incutere un ragazzo in affido.

Gli insegnati erano preoccupati: avevano dato per scontato che Matteo avesse dei problemi di apprendimento, che avesse dei forti disagi e che sarebbe stato destabilizzante per la classe. Invece si è rivelato tutto l’opposto: andava bene a scuola, era disciplinato è diventato subito amico dei compagni.

Man mano che l’affido andava avanti abbiamo pensato che a Matteo avrebbe fatto bene conoscere altri ragazzi in affido e che frequentare altre famiglie affidatarie potesse in qualche modo aiutare tutti. Così abbiamo conosciuto la rete Pazol e abbiamo iniziato ad andare ai loro incontri. La particolarità di questa rete era che non c’erano solo famiglie provenienti da affidi ma persone interessate all’accoglienza in generale. Era molto informale e si è rivelata un vero supporto nei momenti difficili, anche la sera o la domenica quando i servizi sociali erano chiusi.

Come sono stati i rapporti con la famiglia di origine di Matteo?

All’inizio gli incontri con il papà, regolamentati dal servizio sociale, si tenevano una volta al mese per qualche ora in oratorio, il papà non sapeva dove abitavamo noi. Poi ha iniziato a portarlo casa sua, prima per poche ore e poi per un week end ogni 3 settimane. Sul finire dell’affido trascorrevano insieme anche una settimana durante le vacanze di Pasqua e in estate.

Quando Matteo aveva 13 anni i due fratelli più grandi sono andati a vivere a casa del padre e della sua compagna, che avevano avuto una grande casa popolare.

La mamma invece ha sempre avuto più difficoltà, lei stessa viveva in comunità e poi a casa della nonna. Accompagnavamo noi Matteo da lei, ma non si fermava a dormire.

A un certo punto, dopo 8 anni che era con noi, a 14 anni, Matteo non ha più accettato la situazione: quando i suoi fratelli sono andati a vivere col papà ha deciso di interrompere l’affido. Senza concordare la cosa, senza avvisare i servizi. Dal giorno alla notte ha deciso di tornare dal suo papà, anticipando i tempi.

Ricordo che la psicologa ci aveva detto che lui era un vulcano, che finché stava spento non avrebbe dato problemi ma che sarebbe arrivato il giorno dell’esplosione. E così è stato.
Una sera a seguito di un litigio con mio marito ha chiamato suo papà chiedendo di tornare in casa.

Per fortuna avevamo una rete di famiglie affidatarie attorno a noi che ci ha aiutato e sostenuto. Abbiamo sempre saputo che lo scopo dell’affido è il ritorno a casa del ragazzo, ma viverlo senza nessun cammino di preparazione è stato lacerante.

Poi dopo i 18 anni, quando ha litigato con suo papà, Matteo è tornato a vivere con me, che nel frattempo mi ero separata.
Anche oggi che ha una sua vita, un lavoro e una casa, i nostri rapporti sono come con un figlio grande che ha conquistato la sua autonomia, noi siamo il riferimento per le cose importanti.

È sempre stato un ragazzo molto intelligente e bravo. Avrebbe avuto sicuramente le capacità di finire le superiori e forse anche l’università se in quel periodo avesse tenuto duro. Purtroppo si è allontanato da noi quando frequentava la prima superiore, senza nessuna programmazione, il padre non lo ha stimolato a finire il liceo linguistico e a 18 anni ha iniziato a lavorare come cameriere.

Matteo non è stato il tuo unico affido.

No, la mia esperienza con l’accoglienza è proseguita. Prima che Matteo andasse via ci è stato proposto dalla Associazione La Cordata di fare da famiglia di appoggio a una ragazza madre ucraina con una bambina di 3 anni, Olga.
L’abbiamo aiutata, tenendo la bambina un pomeriggio alla settimana, portandola via per brevi vacanze e aiutandola a trovare casa e lavoro. Ora ha un marito e anche un altro figlio, siamo rimaste amiche, ci vediamo spesso.

È stata una bellissima esperienza, molto lunga. Aiutare un bambino senza che venga allontanato dalla sua mamma è l’obiettivo più importante.

Un anno dopo che Matteo ci aveva lasciato i servizi sociali di Rozzano ci hanno contattato perché erano alla ricerca di una famiglia con esperienza per una bambina di 5 anni. Nel giro di pochi mesi Elena è arrivata da noi.
Con lei è stato diverso perchè in qualche modo era come fosse una terza figlia, dopo Matteo e Olga.

Matteo ed Elena hanno vissuto insieme per circa un anno, quando io mi ero separata e vivevo da sola; i servizi sociali erano un pò preoccupati, ma hanno accettato la situazione. Elena ha vissuto come una figlia di separati, stando a weekend alterni con me e il mio ex marito.
I ragazzi sono molto legati fra loro, pur avendo 10 anni di differenza, si presentano agli altri come fratelli e si sostengono molto l’un l’altra.

Ora viviamo in una palazzina in co-housing acquistata con un gruppo di amici: ciascun nucleo familiare vive nella propria casa, ma abbastanza letteralmente “con la porta aperta”. Nel 2017 abbiamo deciso di iniziare un’altra prossimità con Comin, una signora sudamericana con una bimba di 3 anni. Quando è stata sfrattata è venuta a vivere nell’appartamento ‘sociale’ del nostro co-housing nell’attesa di avere diritto ad una casa popolare; questo ha reso le cose diverse, un vero vicinato!

Qual è secondo te la difficoltà maggiore nell’affido?

Il nodo più difficile è sicuramente la penuria di risorse per la famiglia di origine. È importante che la famiglia di origine venga aiutata a capire la situazione e supportata perchè possa riprendere le forze. Nella peggiore delle ipotesi, se non riesce a ristabilirsi, che venga aiutata a fare in qualche modo pace con se stessa, con l’affido, in modo da accettare che il proprio figlio viva con altri ma rimanga un forte legame.

In questo periodo stiamo vivendo con Elena una fase delicata, tra poco compirà 18 anni e dobbiamo comprendere insieme cosa fare quando diventa maggiorenne: se tornare dai suoi, andare a vivere da sola, rimanere con noi o chiedere il prosieguo amministrativo. Sono momenti difficili in cui stiamo investendo tante energie e risorse e non sempre riusciamo a sentire le istituzioni come un aiuto; per fortuna c’è stato l’accompagnamento di Carovana.

Sicuramente la cosa che ho capito in questi anni è una verità semplice: non si può fare un affido da soli. In questo Comin e Carovana sono stati fondamentali, ci sono stati molto vicini. Avere attorno altre famiglie competenti e affettuose con cui parlare di questi specifici problemi è impagabile.