Fatima e Margherita sono due mamme affidatarie che nel 2014, insieme alle loro famiglie, hanno dato vita all’associazione L’albero della Macedonia allo scopo di accogliere in un contesto familiare ragazzi allontanati dalle famiglie di origine. L’associazione racchiude due comunità e progetta percorsi di reinserimento “su misura” per aiutare i ragazzi a vivere esperienze di normalità nel calore e tra gli affetti di una vera casa.
Le abbiamo incontrate e l’intervista che leggete di seguito racchiude il significato che per loro ha l’esperienza di affido: un impegno quotidiano, tanti sacrifici ma anche una voce chiara e decisa che si staglia fuori dal coro, per affermare la necessità di una società solidale e inclusiva.
Buona lettura!

Ciao Margherita, ciao Fatima. Come nasce la vostra esperienza con l’affido?

M. F. La nostra esperienza nasce nel 2008 da un incontro presso la cooperativa Comin di Milano.

M. Io e mio marito Beppe qualche anno prima avevamo seguito un corso di preparazione all’affido ed eravamo entrati nella rete Pàzol di Milano.
All’epoca ci avevano parlato di un progetto che si chiamava “Cascina Giulio”, che prevedeva la convivenza tra famiglie di diverse nazionalità e l’affidamento di minori italiani e stranieri. Al primo incontro informativo ci presentiamo solo io e mio marito, Fatima e Mustafa.

F. Io invece mi trovavo nel consolato marocchino a Milano per la richiesta di un documento e lì mi sono imbattuta in un volantino con la presentazione di un progetto, “La casa di Amina”. Io avevo appena partorito mia figlia Amina e la curiosità è partita dal nome… volevo saperne di più.
Quando ho chiamato per chiedere informazioni un’operatrice di Comin mi ha parlato di un progetto di accoglienza familiare ancora embrionale, non ancora nato.
Dopo qualche tempo io e mio marito abbiamo partecipato a un corso preparatorio all’affido e da lì è partita la nostra esperienza, il nostro legame con Comin.

Com’è andato il vostro primo incontro?

F. Io ricordo che ho sentito da subito un feeling con Margherita, mia figlia Amina all’epoca iniziava a muovere i primi passi e appena l’ho messa giù ha iniziato a camminare verso di lei. È stata tutta la serata in braccio a Margherita, ho sempre pensato che l’avesse in qualche modo scelta.

M. Durante l’incontro abbiamo iniziato a immaginare i contenuti e i confini del progetto e finalmente nel giro di un anno eravamo pronti a partire per Monticelli Pavese in provincia di Pavia dove la struttura Cascina Giulio ci avrebbe accolto.
I nostri figli stavano per concludere i loro cicli scolastici, uno la scuola elementare e l’altra la scuola materna, e abbiamo approfittato di questo cambiamento per lasciare Milano. La nostra convivenza è iniziata a settembre 2009.

Il progetto è stato battezzato Albero della Macedonia per la quantità di frutti diversi che conteneva: era un progetto speciale, tenuto a battesimo dal Forum delle regioni, da Bruno Volpi di Mondo Comunità e Famiglia. E poi a Milano non si era mai visto un affido di minori a famiglie straniere, era una novità assoluta.

Appena trasferiti abbiamo iniziato a seguire la ristrutturazione della cascina (la struttura era parzialmente ristrutturata) e ad affrontare l’iscrizione a scuola dei nostri figli, la scelta dello sport… il tutto mentre cercavamo di ambientarci in una realtà abbastanza difficile.

Al di là delle difficoltà oggettive, com’è stato ritrovarsi da Milano in un paese di provincia e in una casa dalle porte aperte? Com’è andata la vostra convivenza?

M. All’inizio a Monticelli Pavese la situazione era piuttosto inospitale: la cascina era a due chilometri dal paese; il paese aveva un bar, un tabaccaio e pochissimi servizi.
Noi eravamo amanti della campagna ma quella situazione era un po’ oltre quello che ci eravamo immaginati!

F. Credo che Monticelli Pavese sia stato inserito sulle mappe dopo il nostro trasferimento, prima non c’era! Ci siamo lanciati in quest’esperienza senza pensarci perché eravamo innamorati di questo progetto, l’abbiamo fatto col cuore.
È stato un salto nel vuoto quasi “incosciente” ma bellissimo.

M. Finalmente nel giugno 2010 sono partiti i primi affidi, sono arrivati da noi 4 fratelli.
Le sorelle più grandi Boushra e Hislam sono state affidate a Fatima e Mustafa mentre i più piccoli, Omar di 6 anni e Sabrina di 5, a me e la mia famiglia.

F. Aprire le porte della nostra casa, anzi tenerle spalancate, è stato bellissimo. Abbiamo condiviso da subito i momenti più difficili ed è nato un legame molto forte con i ragazzi.

Come avete vissuto l’arrivo dei vostri figli affidatari?

M. L’impatto è stato dirompente.
I ragazzi avevano sempre vissuto lontano dal contesto familiare: per 3 anni e mezzo hanno abitato in una comunità educativa e l’anno precedente con la loro mamma in una comunità mamma-bambino. Era come se avessero vissuto una vita parallela per una parte importantissima della loro esistenza: sono arrivati da noi che non avevano mai visto un supermercato, un pigiama, neanche mamma e papà insieme… le cose che noi diamo per scontate per loro erano eccezionali.

Poi è subentrato il periodo dell’adolescenza, difficile per tutti figuriamoci per dei ragazzi con delle fondamenta deboli. All’inizio si pensava che due dei 4 fratelli sarebbero rientrati in famiglia ma poi, a causa della separazione dei genitori, i programmi sono cambiati e oggi a distanza di 10 anni sono ancora nella nostra comunità.

F. La mia figlia più piccola, Amina, era contenta perchè avrebbe avuto dei nuovi compagni di gioco. Ismail all’epoca aveva 10 anni e ha accolto volentieri l’arrivo di altri due membri della famiglia.
Boushra e Hislam sono arrivate con un vuoto difficile da riempire e tutto per loro era una scoperta. Ricordo che la prima volta che hanno visto un letto matrimoniale l’hanno rinominato “letto ciccione”, non lo avevano mai visto.

 

Qual è stata la reazione dei vostri figli a questa scelta?

M. Noi ci siamo dedicati tanto a Omar e Sabrina e probabilmente ci saranno delle ripercussioni sui nostri figli che vedremo più avanti. Tra qualche anno capiremo cosa hanno apprezzato e cosa no, perchè tutte le esperienze hanno i pro e contro.

F. Soprattutto all’inizio ci sono state tante gelosie, non è stato facile da gestire. Io poi, a differenza di mio marito che lavora, ero in casa tutto il giorno con loro ed ero il bersaglio n. 1, anche per i miei figli. Ma nonostante le difficoltà farei di nuovo tutto, la mia vita è bellissima. È proprio così che la volevo.

M.F. Nel 2010 abbiamo fatto una grande festa di inaugurazione perchè nel frattempo erano arrivate due nuove famiglie, una italiana e l’altra marocchina.
Nel 2013 è stata chiusa l’esperienza a quattro famiglie e ci siamo messi in proprio aprendo la nostra associazione che racchiude due comunità familiari.
Tre anni fa ci siamo spostati a Zinasco Nuovo dalla famiglia Cappellini, che da 20 anni aveva una comunità familiare con Comin, poi chiusa. Avevano dunque a disposizione un grande spazio che volevano offrirci, a 13 chilometri da Pavia e in un contesto decisamene più semplice.
Oggi siamo qui, in un paese con una stazione, una pizzeria, una parrucchiera, un cinema a qualche chilometro, le scuole vicine… È stato tutto più semplice sia per noi, sia per i nostri figli, sia per i terapeuti che seguono i ragazzi.

 

Qual è l’insegnamento più importante che hai ricevuto da questo incontro così speciale con un’altra famiglia affidataria?

M. L’incontro con Fatima e Mustapha e in particolare l’incontro delle nostre religioni ci ha fatto scoprire tanti punti in comune; siamo stati testimoni del fatto che Islam e Cristianesimo non sono poi così lontani. Abbiamo vissuto questa scelta come una scommessa con i tempi che stavamo vivendo: era il 2008 e all’epoca la Lega aveva iniziato ad inasprire le sue politiche verso gli stranieri. Per noi era un segnale necessario di apertura e partecipazione verso l’essere accoglienti.
Il nostro messaggio era semplice: le persone possono convivere al di là del loro credo religioso e delle loro origini.
Oggi, a distanza di 10 anni, vediamo le ripercussioni a livello mondiale della dilagante mentalità di chiusura: la diffidenza verso il diverso è sempre più profonda, il pregiudizio verso lo straniero sempre più forte. La gente è sempre meno disposta ad aiutare chi è in difficoltà.

F. Io ho fatto mio l’insegnamento di mio padre che prima di morire mi ha detto “non mollare”. Abbiamo deciso di andare avanti nonostante tutto, di non guardare il colore della pelle, la religione, il paese di provenienza.
Tra noi famiglie poi si è creato un legame che per definirlo non esiste una parola nel vocabolario. Parlare di “famiglia allargata” è riduttivo.

Con il lavoro come vi siete organizzati?

M. Questa è una nota dolente in quanto le nostre speranze di cambiare agevolmente lavoro si sono infrante ben presto. Sia io che Mustapha, i due delle famiglie che lavorano stabilmente, abbiamo dovuto mantenere i nostri lavori a Milano con tutto quello che vuol dire spostarci quotidianamente.

Senza contare che siamo famiglie volontarie, questo non è il nostro lavoro. Dal punto di vista burocratico l’associazione catalizza tantissime energie e, per evitare di distrarre risorse economiche dalla cura dei ragazzi, cerchiamo di fare tutto internamente. Le risorse arrivano dalle rette e dai comuni ma il lavoro che sta dietro il mantenimento dell’associazione è tutto gestito da noi che siamo sempre alla ricerca di volontari che ci diano una mano.

 

Come valuti il percorso fatto insieme ai ragazzi?

M. Sicuramente se pensiamo alla situazione di partenza dei ragazzi e le aspettative che avevamo nei loro confronti – considerando che siamo famiglie e non terapeuti – il bilancio è decisamente positivo. Sono ragazzi con difficoltà oggettive importanti che hanno fatto tanta strada.

F. Sicuramente qualcosa di buono siamo riusciti a farlo per loro. Speriamo che questa esperienza li aiuti a non fare errori stupidi e che sia utile per costruire la loro vita in pace.

Come valuti la vicinanza di una rete di supporto come Carovana?

M. Noi siamo sempre stati all’interno della rete Pàzol di Milano, abbiamo frequentato le loro feste di Natale, fatto vacanze insieme, organizzato le uscite nei week end.. anche le famiglie delle reti ci sono state di enorme sostegno. Abbiamo visto nascere Carovana con cui abbiamo una vicinanza e un rapporto speciale.
Noi stessi siamo in prima linea per raccontare la nostra testimonianza per dare una mano a chi si trova in procinto di iniziare un affido o ci sta pensando, per stimolare una riflessione partendo dalla nostra esperienza.

F. Sono stati molto bravi a fidarci di noi e a coinvolgerci in un progetto così importante. Se non ci fosse stata Comin non sarei mai riuscita a fare la mamma affidataria.
Questo progetto è unico in Europa e noi siamo la prima famiglia straniera ad aver preso in affido dei ragazzi italiani, prima ancora di aver preso la cittadinanza italiana.
Nonostante questo io in Italia sono sempre vista come la mamma straniera da aiutare, non come quella che aiuta.

Quando veniamo invitati a parlare nei comuni, al mio arrivo si rivolgono a me dicendo “Signora, ha bisogno?”, e io sono lì a spiegare “veramente siete voi ad aver bisogno di me…”

 

Una cosa che ti ha spiazzato di questa esperienza?

M. I calzini. Sembrerà banale, ma in casa siamo sommersi di calzini di tutti i tipi. Ho imparato che quando aumenta la famiglia, aumentano esponenzialmente anche i calzini!

F. Le ragazze parlano marocchino meglio dei miei figli, meglio di me! Hanno assorbito la nostra cultura e non sappiamo bene come! Una di loro cucina marocchino meglio di me…

Qual è l’insegnamento più grande che ti porti dentro da quando sei mamma affidataria?

F. Io con questa esperienza ho capito cos’era veramente l’affido. Venivo da una famiglia che era un porto di mare: se qualche nostro amico o parente non poteva andare in vacanza, veniva con noi; se studiava lontano da casa, lo ospitavamo noi per agevolarlo negli spostamenti; se seguiva un corso lontano, stava da noi. Dopo ho capito cos’era: erano affidi, sacrifici, solidarietà.

M. Sicuramente la parte più forte di questa esperienza di affido condivisa è l’idea che questi bambini siano cresciuti all’interno di una famiglia. “Qual è il senso dell’affido?” è stato un quesito molto dibattuto in questi anni. Per noi è questo: accogliere i minori all’interno della nostra famiglia e far sì che ne facciano parte. Per noi l’affido non è solo “un letto, un tetto e un pasto”. È la possibilità di poter inserire un minore che non è figlio tuo, temporaneamente, facendo in modo che ne diventi realmente parte. I nostri ragazzi hanno una nonna che è la nonna dei nostri figli, le zie che sono le zie dei nostri figli. La nostra festa di Natale è anche la loro, anzi la festa di tutti.