Ciao Anna, ciao Filippo. Come nasce l’idea di diventare genitori affidatari?

Il primo incontro con l’affido è avvenuto diversi anni fa: in passato ci è capitato di fare delle vacanze con coppie di amici genitori affidatari e con noi c’erano anche i loro bambini in affido.
È un’esperienza che in qualche modo, anche se in maniera non diretta, già conoscevamo.
Così, su suggerimento di alcuni amici, abbiamo iniziato il percorso di preparazione all’affido con Comin: era da tempo che si pensava di fare qualcosa assieme e ci siamo fatti coinvolgere.

Come l’hanno presa i vostri due figli? Li avete coinvolti nella scelta o sono stati messi di fronte alla vostra decisione?

M. è arrivato in casa nostra quando Simone – nostro figlio più piccolo – era in terza media mentre Elisabetta – la nostra primogenita – in seconda superiore.
Quando per la prima volta abbiamo parlato loro della nostra volontà di ospitare un bambino, con la mente sono andati alle vacanze degli anni passati. Ne hanno parlato tra di loro e poi sono venuti da noi dicendo: “Abbiamo deciso: vogliamo un maschio”.
Perché proprio un maschio? Perché in famiglia c’erano già “troppe femmine” (hanno due cugine più o meno coetanee) e per una questione di “equilibri familiari” preferivano che ad aggiungersi fosse un ragazzo.

Cosa vi ha dato il percorso con Comin a livello di consapevolezza? Che risposte vi ha dato?

Siamo partiti che avevamo tante domande e più passava il tempo più le domande restavano aperte: in un’esperienza come quella dell’affido non hai mai la certezza di fare la cosa giusta. Non siamo mai arrivati a dire “ce la faremo sicuramente”, neanche quando M. è arrivato in casa nostra.
Abbiamo seguito un percorso durato 5-6 incontri in Comin, poi il colloquio con l’educatrice e alla fine quello con l’assistente sociale e la psicologa. Poi dopo un anno dalla conclusione del percorso è arrivata la tanto attesa telefonata con cui ci avvisavano che avremmo iniziato presto il nostro affido. Nel frattempo continuavamo a frequentare Comin durante gli incontri mensili.
M. è arrivato a ottobre 2010, aveva 10 anni. È stato con noi 5 anni e mezzo.

Che bambino era?

M. veniva da una comunità e voleva a tutti i costi trovare una famiglia. Per questo motivo l’atteggiamento soprattutto all’inizio era positivo, voleva farsi accogliere. Aveva però molto disordine in testa a causa del suo trascorso non semplice.
Il primo anno tutto sommato è stato tranquillo, con noi era bravo, ma le sue turbolenze interne fremevano. A scuola non riusciva a stare attento, non studiava.
Elisabetta e Simone lo hanno aiutato, soprattutto Elisabetta che gli stava molto dietro. Simone ha sempre giocato un ruolo da fratello maggiore, M. lo guardava con rispetto, era una figura per lui un po’ “mitica”. Lui ha sempre saputo prenderlo anche nelle fasi più turbolente dell’adolescenza.

Poi è arrivato in prima media ed è venuta fuori tutta la sua fatica a stare “dentro le cose”.
Mentre M. era con noi la sua mamma si è risposata e ha avuto due bambini. Ha iniziato a saltare gli appuntamenti, su M. queste mancanze avevano un effetto devastante, ci metteva 3 settimane per riprendersi.
La famiglia paterna è stata più presente e partecipe: il papà nonostante le sue difficoltà c’era, come anche la zia e la nonna paterna.
Ogni anno M. rischiava la bocciatura, ma poi alle medie ce l’ha sempre fatta, per fortuna non ha dovuto cambiare scuola e questo lo ha aiutato.
Poi in prima superiore è stato bocciato. Mentre ripeteva la prima superiore l’affido si è concluso: il fratello era rientrato nella casa paterna e lui non accettava il fatto che non potesse fare lo stesso: “Perché lui sì e io no?”, si chiedeva. Voleva che ci fosse un posto per lui.
Alla fine ha fatto di tutto per farsi mandare a casa. Ha scelto di farsi mandare via ma non ha avuto la forza di lasciarci di sua volontà. Eppure ci conosceva da 5 anni, sapeva come ci si doveva comportare. I servizi ci sono stati vicini e abbiamo capito che la sua era una scelta ben consapevole.
È passato prima dalla comunità e poi è tornato nella sua famiglia paterna.

Da allora come sono i vostri rapporti?

Subito dopo aver concluso l’affido ci siamo visti di tanto in tanto perché aveva bisogno del dentista e io lo accompagnavo, grazie a questi incontri abbiamo potuto passare del tempo assieme. Poi abbiamo iniziato a sentirci via sms, lui rispondeva una volta sì e 3 no. Negli ultimi mesi ogni tanto ci sentiamo e vediamo, per il suo compleanno siamo usciti tutti insieme a mangiare una pizza.
Gli incontri dal dentista sono serviti perché ha capito che noi c’eravamo, nonostante non fossimo più fisicamente con lui, che non poteva stare da noi ma che continuava ad avere una famiglia su cui contare.

Dopo M. avete avuto altre esperienze di affido?

Un’esperienza più limitata, 3 volte per un mese abbiamo accolto un bambino dalla Bielorussia, nei progetti che ancora oggi proseguono da parte di associazioni a seguito del disastro di Chernobyl.

Mi sapete dare 2 parole per descrivere la vostra esperienza?

La prima parola che mi viene intente è “legame”: M. ci ha messo in collegamento con gruppi e realtà che altrimenti non avremmo mai conosciuto. Ha aperto i nostri orizzonti, ci ha fatto crescere.
La seconda parola è “affidarsi”: soprattutto all’inizio non eravamo affatto sicuri di cosa stavamo facendo e dopo è stato anche peggio. A volte ci guardavamo e ci chiedevamo “cosa faccio?”. Alla fine abbiamo concluso che ci si deve fidare delle risorse che si hanno e di quelle che ci sono intorno.

M. ha rotto l’equilibrio che c’era e ci ha costretto a trovarne di nuovi. Speriamo che anche lui sia stato “squilibrato” dalla nostra conoscenza.

Per noi è stato molto importante il gruppo, la Miccia di Milano.
Sentendo le esperienze degli altri riesci a comprendere meglio te stesso e ad affrontare le problematiche che prima o poi incontri, anche con i figli naturali.
Ricordiamo che all’inizio c’era una coppia che frequentava il gruppo che stava concludendo un affido, e noi non capivamo il perché. Poi vivendo la nostra esperienza e confrontandci con gli altri abbiamo capito che alle volte non si riesce ad andare avanti ed è meglio separarsi sia per il bene del ragazzo, sia della famiglia.
Il gruppo è un luogo utilissimo perché ci si confronta tra pari e ci si dà una mano attraverso la condivisione.

Anche gli operatori di Comin ci sono stati molto vicini, erano sempre reperibili: per qualunque problema o domanda avevano una risposta o un consiglio.

Un’ultima domanda: se tra 10 anni ritroverete M., che persona vi piacerebbe trovare?

Il nostro augurio è che passi l’adolescenza senza troppi danni, che trovi una strada che gli faccia ripensare a tutto quello che ha vissuto prima. Se sarà così, vuol dire che questa esperienza gli sarà servita.