La famiglia di origine nell’affido familiare

In questo testo, trascrizione di un intervento del Dott. Penna, vengono analizzati diversi aspetti che riguardano la famiglia di origine, tanti dei quali utili in senso generale. L’affido, come l’adozione, è un innesto, e perché funzioni è necessario che ci sia non solo la creazione di una storia in avanti, ma anche la condivisione della storia precedente. Il modo di funzionare dei bambini non è sempre lo stesso e ci sono eventi che portano ad onde evolutive diverse da quelle degli altri.

Il Dott. Alberto Penna è psicologo, psicoterapeuta e terapeuta EMDR. Collabora da anni con il CbM (Centro per il bambino maltrattato e la cura della crisi familiare) e con i CAM (Centro ausiliario minorile) di Milano in qualità di psicoterapeuta, formatore e supervisore. Da queste collaborazioni e dall’attività privata ha maturato un’ampia esperienza di lavoro con le famiglie e con i bambini.

Le emozioni

Un primo punto è quello del rapporto che abbiamo con le emozioni, e questo ci serve sia per capire noi, sia per capire le famiglie d’origine e i bambini. Qualcuno dice che gli psicologi sono quelli che si occupano di emozioni e in linea di massima è vero. Tendenzialmente nella nostra cultura l’emozione è qualcosa di accessorio, qualcosa che da certi punti di vista può essere una sdolcinatura, o una cosa che c’entra poco con il corso della vita. Invece si è scoperto che l’emozione è un orientamento generale della nostra vita verso alcuni tipo di azioni. Faccio un esempio: ci sono 6 emozioni di base (rabbia, paura, gioia, tristezza, dolore, …). Queste emozioni sono comparse sulla scena dell’evoluzione perché sono una scorciatoia immediata, verso alcuni comportamenti che non hanno bisogno di particolari strategie; la gazzella, quando prova paura di fronte al leone, è predisposta grazie a questa emozione alla fuga, e non ad altre azioni. Quindi la conoscenza delle emozioni è molto importante perché ci aiuta a capire che tipo di azioni ci stiamo orientando a fare; questo vale per tutti gli animali evoluti, non solo per l’uomo, perché l’emozione è un modo di funzionare in certi momenti e non in altri, che origina nel corpo. Quello che è importante distinguere è che noi abbiamo in comune l’emozione con tutto il regno animale da un certo grado è di evoluzione in poi (i mammiferi ad esempio), però quasi tutti gli animali non ne sono consapevoli.

La consapevolezza di un’emozione: il sentimento

La grande novità degli esseri umani è quella di poterne essere consapevoli, e se io sono consapevole di un’emozione, si passa al sentimento, cioè io sento l’emozione che c’è alla base. A cosa serve sentire? È fondamentale perché, anche se non ce ne accorgiamo, tutte le azioni che compiamo sono dentro un contesto emotivo. Se non ne siamo consapevoli, avremo meno comportamenti complessi da usare e saremo schiavi dei nostri comportamenti. Ad esempio, se noi da bambini abbiamo subito l’attacco di un cane e abbiamo provato paura, da grandi potremmo esperire la paura tutte le volte che vediamo un cane, ma se non ci rendessimo conto del nostro ricordo, avremmo un’emozione che ci porterebbe a fuggire, anziché riflettere sulla strategia migliore. In linea di massima il contatto con le nostre emozioni ci aiuta a vivere meglio. Coleman ha fatto degli studi sull’intelligenza emotiva, che hanno dimostrato come essere intelligenti dal punto di vista emotivo dia una marcia in più in diversi contesti. Se noi ci immaginiamo la superficie del mare, la coscienza e il sentimento da una parte e il comportamento dall’altra, sono ciò che noi vediamo, ciò che sta sotto è l’emozione. Questo porta a due conseguenze:

  • che è importante essere consapevoli e vedere se gli altri sono consapevoli delle emozioni;
  • che non è necessario mostrare le emozioni. Potremmo pensare che una persona fredda non abbia emozioni, e invece non è così perché le emozioni sono alla base del nostro comportamento e se non le vediamo non è detto che non ci siano.
    C’è un neuroscienziato, che si chiamo Damasio, che ha scoperto l’importanza dei sentimenti per il processo decisionale della mente. Quanto è importante conoscere i sentimenti per fare delle buone scelte nella vita! E dice “quando vengono notificati dal sé, i sentimenti migliorano il processo di controllo delle funzioni vitali” le emozioni sono come dei segnali che ci orientano nelle azioni e a prestare attenzione a certe cose.

Il legame di attaccamento

Veniamo ora a parlare del sistema di attaccamento, cha ha a che fare con le emozioni. Sempre parlando del percorso evolutivo degli animali, quelli più evoluti hanno sviluppato un modo di stare in relazione tra gli adulti e i cuccioli, che viene definito sistema di attaccamento, dovuto al fatto che i piccoli nascono estremamente immaturi. Il legame di attaccamento è una propensione innata a cercare la vicinanza protettiva di un membro della propria specie. I bambini quindi si attaccano spontaneamente ai genitori, ma quando succede questo? Quando scattano questi comportamenti di attaccamento? Quando si è vulnerabili ai pericoli ambientali per fatica, dolore, impotenza o malattia. Nei bambini quindi il legame di attaccamento è più evidente perché sono spesso vulnerabili. Da adulti, le nostre esperienze ricalcheranno quelle avute nell’infanzia. Quindi, l’attaccamento:

  • si attiva in certe circostanze
  • non riguarda solo i bambini ma anche gli adulti quando sono sottoposti a situazioni simili di stress, angoscia…
    è influenzato dal modo in cui le persone si sono prese cura del bambino e hanno corrisposto alle sue esigenze.

La funzione biologica dell’attaccamento è la protezione, non è un optional, ce lo abbiamo tutti, anche se in forme diverse. Bowlby è stato uno studioso che negli anni ’50, con i suoi interessi etologici, ha scoperto il legame di attaccamento. Il ruolo del genitore, secondo lui, è quello di fornire una base sicura da cui il bambino possa partire per affacciarsi al mondo esterno. Il legame di attaccamento consiste nell’essere disponibili e pronti alle richieste del bambino, per incoraggiare e dare assistenza e intervenendo solo quando è strettamente necessario.

Stili di attaccamento

Vediamo quali stili di attaccamento vengono plasmati dall’esperienza:

Il primo, più diffuso, legame di attaccamento è quello sicuro; rappresenta il 66% della popolazione ed è tipico del bambino che sin dai primi mesi di vita ha sperimentato un buon contatto con la madre, in grado di rispondere alle sue richieste e sensibile al suo bisogno di protezione. Quindi una madre e un padre premurosi e attenti, che non gli tolgono troppo le castagne dal fuoco ma che sanno mettersi nei suoi panni.

L’attaccamento insicuro di tipo evitante si ha in bambini con madri rifiutanti o comunque scarsamente propense alla comunicazione emotiva. Il bambino imparerà quindi che i suoi bisogni devono essere tenuti a freno, si abitua a tenere a distanza. I bambini che sperimentano una madre che scoraggia o rifiuta il contatto fisico quando il bambino ha paura o sta male, sviluppano questo tipo di attaccamento.

L’attaccamento ansioso ambivalente è tipico dei bambini le cui madri nei primi mesi si comportano in modo imprevedibile per il bambino, mostrano affetto al bambino quando sentono il bisogno della sua presenza e tendono a rifiutarlo quando è il bambino che lo chiede. Ci sono dei pro e dei contro rispetto all’attaccamento precedente; i pro sono che il bambino ha idea che ci può essere un buon legame, che però non è sintonizzato con i bisogni del bambino; il contro è che il bambino non sa mai cosa succederà e quindi questi bambini diventano molto ansiosi perché anche quando il genitore gli si avvicina per confortarlo, non hanno la certezza che 5 minuti sarà ancora così.

L’attaccamento disorganizzato viene considerato il fallimento del rapporto con la madre. Queste madri non esprimono disponibilità verso il bambino, ma neanche un esplicito rifiuto; mostrano però paure e discontinuità nella relazione con il bambino. I comportamenti che producono questo tipo di attaccamento possono essere di due tipi; uno è il genitore aggressivo e violento (se noi inseriamo la violenza nel legame di attaccamento lo mandiamo in cortocircuito: il bambino si avvicina al genitore per essere confortato e il genitore risponde spaventandolo di più). Oppure il genitore depresso, spaventato, triste.

Il bambino nasce già pensando al triangolo (madre-padre-bambino) e quindi non è automatico che se la mamma ha avuto un legame di attaccamento evitante, noi per forza saremo evitanti, perché interviene ad esempio il papà, e può intervenire in tanti modi, magari il papà è un ansioso-ambivalente e quindi magari ne verrà fuori un mix. Quindi dipende da quale genitore ha il legame più intenso con il bambino, e poi è stato visto che i bambini se hanno i genitori con due stili di attaccamento diversi, si relazionano con una certa differenza con l’uno e con l’altro.

L’attaccamento può cambiare abbastanza in fretta in tutto l’arco della vita. Quello che di solito lo rende stabile è che il soggetto tende a riprodurre i suoi legami anche con gli altri. Se noi abbiamo sviluppato la strategia dell’evitamento tendenzialmente ci comporteremo nello stesso modo tutta la vita, perchè avremo questo timore, però questo non impedisce che esperienze correttive successive, possano dare il cambiamento.

Stili di attaccamento nell’esperienza di affido

Parlando degli stili di attaccamento, proviamo a fare un po’ di auto-osservazione e vedere come questi si possono utilmente applicare al nostro modo di essere, perché il nostro modello di attaccamento influenza ciò che facciamo. Parliamo delle attitudini dell’affidatario nei confronti del bambino; attitudini che hanno a che fare con il modello di attaccamento che ha interiorizzato l’affidatario. Se, per esempio, l’affidatario viene da un’esperienza di tipo evitante, sarà sbrigativo verso la posizione altrui, non prenderà tanto in considerazione l’altro, né la sua interiorità né il suo mondo emotivo; farà fatica a percepire i sentimenti, però li agirà (agire vuol dire passare direttamente all’atto; non si passa attraverso il pensiero e l’emozione diventa direttamente oggetto). Se l’affidatario è di tipo ansioso ambivalente, potrebbe temere eccessivamente il conflitto nel rapporto, andando in crisi all’idea di affrontare delle cose mediamente delicate; potrebbe, come risultato, evitare anche lui di entrare in contatto con una certa reazione, e magari fugge dal conflitto (tenendo presente che i bambini in affido arrivano da realtà traumatiche, che attivano ancora di più le nostre difese e le nostre dinamiche interne. L’affido è un amplificatore di difficoltà, anche per uno che ha una buona struttura personale). Invece l’affidatario con attaccamento sicuro coglie e affronta sia il trauma che l’emozione del bambino, non se ne spaventa, non li teme, ma cerca le ragioni e i motivi dell’altro.

La storia del bambino e dei genitori

La sofferenza

Ora vorrei fare un collegamento, in quanto parlare di bambini maltrattati, vuol dire anche parlare di come si è originata la tendenza al maltrattamento, all’impulsività dei genitori con cui abbiamo a che fare. Per l’operatore, riuscire ad entrare in contatto con questo bambino sofferente e con i genitori è fondamentale. Se non lo facciamo non avremo alcun risultato perché il genitore si sentirà giudicato, non sentirà una comprensione da parte dell’operatore; per gli affidatari c’è il problema del rapporto con il bambino: se voi non avete in mente che razza di sofferenze hanno patito i loro genitori non farete il bene di questi bambini perché questo chiuderà del tutto la possibilità del bambino di parlarvi dei suoi genitori.

Il contagio dei traumi

C’è un altro elemento da tenere presente che è quello del contagio dei traumi. Pochi operatori entrano veramente in contatto con i traumi di questi bambini. Il primo periodo dell’affido o dell’adozione di solito è un pasticcio, perché messi di fronte a relazioni profonde, questi bambini riattivano le loro antiche paure. Gli operatori devono sapere che questa è un po’ una via crucis da superare. Se il bambino riesce a fidarsi, questo può portare ad un cambiamento dello stile di attaccamento, ma questo non avviene in automatico.

L’appartenenza

I bambini devono tenere conto della loro appartenenza a due famiglie. Nel momento in cui avviciniamo le due famiglie, loro vanno in crisi, perché non sanno chi guardare. Le visite rappresentano questo avvicinamento e il bambino va in crisi, anche se ha un bel rapporto con la famiglia d’origine e con quella affidataria. La possibilità di tenere nella testa sia la famiglia affidataria che quella d’origine è un obiettivo del lungo periodo.

C’è poi un altro punto: è controintuitivo vedere quanto poco hanno avuto questi figli dalle loro famiglie e quanto ci sono attaccati. Perché succede questa cosa? perché un buon legame di attaccamento fa sì che il genitore fornisca una base sicura per andare nel mondo; i figli che hanno avuto di meno, hanno avuto botte, hanno avuto poca considerazione non vanno nel mondo ma stanno lì, e perché? Perché sperano che uno dei due genitori “gli lanci un osso”, cioè qualcosa finalmente e non mollano.

Rapporto con le generazioni precedenti: debito o credito

Noi nasciamo con un debito nei confronti delle generazioni precedenti: il debito per il dono della vita. Questo debito si può sanare o aggravare e ci sono due opposte reazioni. Ci può essere un accumulo di credito e di solito chi vive in una famiglia abusante/maltrattante può sentirsi in credito perché aveva diritto ad avere di più e quindi in questo caso il legame morboso con la famiglia d’origine è dovuto al fatto che uno continua a tirare la gonna alla mamma e la giacca al papà per avere qualcosa che non ha mai avuto. Ci può essere per opposto, una dinamica di debito: dei genitori che non hanno mai permesso al figlio una mossa di restituzione sono genitori che fanno sentire i figli in debito. Accumuli di debito e di credito creano degli squilibri, e quindi vi trovate a fare tanto per dei bambini che vi faranno il gestaccio. Il debito e il credito verso la generazione precedente crea squilibri nei confronti del coniuge e dei figli.

L’affido, come l’adozione, è un innesto, e perché funzioni è necessario che ci sia non solo la creazione di una storia in avanti, ma anche la condivisione della storia precedente.